Tra cave sotterranee, vigneti e strade del ciclismo, alla scoperta di un territorio che continua sotto la superficie.
Per i corridori saranno pochi chilometri di curve, brevi salite e strade da percorrere alla massima velocitĆ .
Per chi sceglierà di fermarsi, invece, quelle stesse colline racconteranno una storia molto più antica del ciclismo: una storia fatta di mare, di pietra, di cave sotterranee e di uomini che hanno imparato, secolo dopo secolo, a vivere con ciò che trovavano sotto i propri piedi.
Riemst non si lascia capire al primo sguardo.
Dalla strada appare come una tranquilla campagna del Limburgo belga: campi, filari di alberi, piccoli centri abitati e strade che sembrano fatte apposta per essere percorse senza fretta. Ma basta sapere dove guardare per accorgersi che sotto questo paesaggio ne esiste un altro.
Non un solo paesaggio. Ma due. Uno si lascia attraversare. L’altro aspetta di essere scoperto.
Infatti, sotto i campi che caraterizzano questo angolo di Belgio, si aprono antiche cave di marna disseminate in una rete di gallerie scavate nel corso di molti secoli.
All’esterno, quella stessa pietra ĆØ diventata materiale da costruzione, memoria dell’architettura locale e persino terreno per una viticoltura che negli ultimi anni ha trovato qui condizioni particolarmente favorevoli.
I due livelli, quello esterno e quello sotterraneo, sono legati a doppio filo da una storia antica fatta di geologia, agricoltura, lavoro e trasformazioni del territorio.
à questo il motivo per cui Riemst merita di essere attraversata lentamente. Non soltanto per ciò che offre lungo la strada, ma per quello che lascia immaginare ci sia sotto di essa.
Questo dossier nasce anche da una ragione precisa: il passaggio del Renewi Tour, la corsa ciclistica che attraversa queste campagne, ci ha dato l’occasione per osservare un territorio che altrimenti avremmo probabilmente attraversato soltanto in velocitĆ . Ma una volta rallentato il passo, Riemst ha cominciato a raccontare una storia molto più ampia di quella che si vede dal sellino di una bicicletta.
E forse ĆØ proprio questo il modo migliore per iniziare a conoscerla: fermarsi dove gli altri passano e provare a capire cosa c’ĆØ sotto.
QUELLO CHE SI VEDE E QUELLO CHE NON SI VEDE

La prima impressione, arrivando a Riemst, ĆØ quella di un paesaggio aperto e rassicurante. Le strade attraversano colline morbide, i campi seguono con naturalezza le ondulazioni del terreno e, qua e lĆ , compaiono filari di vite che sembrano accompagnare il profilo dell’orizzonte. Non ci sono montagne che chiudono lo sguardo nĆ© pareti rocciose capaci di imporsi sulla scena. Tutto appare equilibrato, quasi addomesticato dal tempo e dal lavoro dell’uomo.
Ć una sensazione destinata a cambiare.
Più si osserva questo territorio, più ci si accorge che ciò che si vede racconta soltanto una parte della sua storia. Le colline non sono semplicemente colline, i campi non sono soltanto campi e persino le grandi fattorie in pietra, le chiese dei villaggi e il colore chiaro della terra sembrano legati da un filo invisibile che affonda le sue radici molto più indietro della presenza dell’uomo.
Per comprenderlo bisogna cambiare prospettiva.
Milioni di anni fa questa parte d’Europa era sommersa da un mare caldo e poco profondo. Sul fondale si accumulavano lentamente i resti di organismi marini che, nel corso delle ere geologiche, contribuirono alla formazione degli strati calcarei che oggi caratterizzano il sottosuolo di Riemst e dell’intera regione del Mergelland.
Ć questa la pietra chiara che localmente viene chiamata “marna”, una denominazione profondamente legata alla storia del territorio e alla sua secolare attivitĆ estrattiva. Quando la roccia affiora in superficie diventa parte del paesaggio; quando rimane sotto terra, la sua presenza si scopre attraverso le antiche cave scavate dai cavatori.
Con il passare del tempo, il mare si ritirò, il paesaggio cambiò completamente e quella materia che un tempo apparteneva al fondo di un oceano divenne la base sulla quale sarebbero sorti villaggi, campi coltivati e vigneti. Ancora oggi la marna affiora in alcuni punti, mentre altrove rimane nascosta sotto i terreni agricoli, continuando però a influenzare il paesaggio in modo silenzioso.
Ć anche nella natura di questa roccia che bisogna cercare una parte della storia del paesaggio che osserviamo oggi. Campi, frutteti, vigneti e piccoli centri abitati sembrano susseguirsi con una naturale armonia, tanto da far dimenticare quanto il lavoro umano abbia contribuito a costruire questo equilibrio.
Lo si intuisce osservando una grande fattoria quadrata, un muro realizzato con la caratteristica pietra chiara o una strada che scende dolcemente verso il fondovalle. Ogni elemento sembra appartenere da sempre al paesaggio, come se fosse nato insieme alla collina stessa. In realtà è il risultato di generazioni di uomini che hanno imparato a utilizzare con intelligenza la risorsa più preziosa che questa terra offriva loro.
La pietra.
Per secoli la marna venne estratta manualmente. I cavatori avanzavano lentamente seguendo la qualitĆ del materiale, scavando blocchi destinati alla costruzione di case, fattorie, chiese e altri edifici. Senza rendersene conto, mentre edificavano il paesaggio visibile, ne stavano creando un secondo, nascosto sotto la superficie.
Nacque cosƬ un intricato mondo di gallerie, sale e corridoi scavati nella roccia, sviluppatosi nel corso dei secoli senza un progetto unitario, ma seguendo esclusivamente la conoscenza tramandata da chi lavorava ogni giorno nelle cave.
Sopra, il vento continuava a muovere i campi e i vigneti seguivano il ritmo delle stagioni.
Sotto, il buio conservava le tracce degli scalpelli e della fatica di uomini che avevano imparato a dialogare con la pietra.
Ć qui che Riemst rivela la sua vera natura.
Non un solo paesaggio.
Ma due.
Per comprenderlo bisogna allora cambiare prospettiva: smettere di guardare soltanto davanti a sé e imparare a osservare ciò che si trova sotto i propri piedi.
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LA CITTĆ SOTTO LA CITTĆ

Non occorre allontanarsi molto dalla superficie. Bastano pochi metri: una soglia da oltrepassare, la luce del giorno lasciata alle spalle e una parete di roccia che, a prima vista, sembra troppo morbida per appartenere a una montagna.
All’inizio lo sguardo cerca ancora le forme irregolari di una grotta naturale, immaginando che siano state l’acqua e il tempo a scavare quegli spazi. Poi ci si accorge che qui la natura si ĆØ fermata molto prima e che, da quel momento in poi, ĆØ stata la mano dell’uomo a proseguire il lavoro.
Le pareti sono diritte, i corridoi seguono linee precise e i soffitti conservano ancora i segni degli strumenti utilizzati per estrarre la pietra. Ogni galleria racconta il passaggio di qualcuno che è entrato nella montagna non per esplorarla, ma per portarne fuori un frammento. à così che Riemst ha costruito, secolo dopo secolo, il proprio mondo sotterraneo.
La marna veniva estratta direttamente dalla parete, blocco dopo blocco, attraverso un lavoro che richiedeva più esperienza che forza. I cavatori imparavano a riconoscere la qualitĆ della roccia, seguivano le vene migliori e lasciavano intatte quelle porzioni che avrebbero dovuto sostenere il peso della montagna. Non stavano semplicemente scavando: imparavano a leggere la pietra dall’interno.
Nel corso dei secoli questa attivitĆ ha prodotto qualcosa di sorprendente: non una grande cava isolata, ma una rete sotterranea che si estende per circa 200 chilometri di gallerie, distribuite in 113 cave, soprattutto nelle aree di Kanne, Zichen-Zussen-Bolder e Val-Meer.
Ć una dimensione difficile perfino da immaginare quando si osserva Riemst dalla superficie. Sopra scorrono strade tranquille, campi coltivati e vigneti; sotto si sviluppa una geografia completamente diversa, invisibile ma profondamente intrecciata con quella che attraversiamo all’aria aperta.

La pietra estratta da queste gallerie divenne parte integrante della vita quotidiana. Con i blocchi di marna vennero costruite case, fattorie, chiese e muri che ancora oggi caratterizzano il paesaggio del Limburgo. Basta fermarsi davanti a una vecchia fattoria per intuire questo legame: la pietra che sostiene quelle mura proviene dalla stessa montagna che, poco distante, ĆØ stata lentamente svuotata.
Casa e cava sono, in fondo, due facce della stessa storia. Una ĆØ rimasta in piedi, l’altra ĆØ diventata vuoto, ed ĆØ proprio quel vuoto che, con il passare del tempo, ha continuato a trovare nuove funzioni.
Quando una galleria esauriva la propria funzione estrattiva non veniva necessariamente abbandonata. Poteva trasformarsi in deposito, cantina, luogo di conservazione o rifugio. Durante le guerre molte famiglie vi trovarono riparo e ancora oggi, percorrendo alcuni tratti delle cave, si possono riconoscere le tracce di quelle permanenze: nicchie per le candele, piccoli focolari, mangiatoie, iscrizioni incise nella roccia.

à in quel momento che la cava cambia significato. Non è più soltanto il luogo da cui si estraeva la pietra, ma diventa anche il luogo che protegge la comunità . La stessa montagna che per secoli aveva richiesto fatica e lavoro si trasforma così in rifugio.
Nelle cave di Zichen-Zussen-Bolder sono ancora visibili graffiti, disegni, sculture, iscrizioni e numerose testimonianze lasciate dalle diverse epoche di utilizzo. In alcuni punti affiorano persino fossili risalenti al mare che occupava questa regione milioni di anni fa.
Camminando tra queste pareti si ha quasi la sensazione di sfogliare un libro: ogni strato racconta un capitolo diverso, dal mare alla roccia, dal lavoro dei cavatori alle persone in cerca di protezione, fino alle generazioni successive che hanno continuato a dare nuovi significati agli stessi spazi. La montagna conserva tutto questo non perché sia stata costruita per custodire la memoria, ma perché nessuno ha mai cancellato completamente le tracce di chi è passato prima.
Quando si torna all’aperto qualcosa cambia inevitabilmente anche nello sguardo. La luce sembra più intensa, le colline appaiono più leggere e perfino le case acquistano un significato diverso, perchĆ© ora sappiamo che sotto alcune di esse continua a esistere una parte della loro storia.
La pietra ha costruito Riemst due volte: la prima creando la materia, la seconda creando il vuoto. Ed ĆØ proprio quel vuoto che, nel corso dei secoli, ha permesso alla vita di assumere forme che nessuno avrebbe potuto immaginare quando i primi cavatori entrarono nella montagna.
Per capire quanto profondamente la pietra abbia modellato anche il paesaggio che vediamo oggi, però, bisogna tornare in superficie.
QUANDO LA PIETRA TORNA ALLA LUCE

Uscendo dalle cave, la prima cosa che si ritrova ĆØ il cielo. Dopo il buio uniforme delle gallerie, la campagna appare quasi irreale: la luce torna a distendersi sulle colline, le strade seguono con naturalezza le ondulazioni del terreno e i campi si aprono fino all’orizzonte. Nulla, osservato da qui, lascia intuire quanto sia esteso il mondo che continua a esistere pochi metri sotto la superficie.
Eppure basta guardare con un po’ più di attenzione per accorgersi che quel mondo sotterraneo non ĆØ mai rimasto davvero nascosto. La pietra ĆØ riemersa insieme agli uomini che l’hanno estratta e oggi si ritrova nelle case, nei muri, nelle chiese e nelle grandi fattorie che punteggiano la campagna come piccole fortezze rurali.
Percorrendo lentamente le strade che collegano i villaggi, Riemst non si rivela attraverso un monumento spettacolare, ma grazie a una successione di dettagli: un arco in marna, una facciata color miele, un vecchio muro agricolo, una corte chiusa su quattro lati. Ogni edificio sembra cosƬ raccontare, a modo proprio, la stessa storia iniziata nelle cave.

Tra i villaggi della zona, Zichen-Zussen-Bolder ĆØ forse quello in cui questo legame appare con maggiore evidenza. Nato dall’unione di tre antichi centri abitati, conserva ancora oggi le tracce della propria evoluzione, mentre la marna torna lentamente a farsi protagonista. Le antiche fattorie, le costruzioni rurali e molti edifici storici riflettono una luce calda e morbida che cambia continuamente con le stagioni e con l’inclinazione del sole. Ć una presenza discreta, che non cerca di attirare l’attenzione, ma che, una volta imparato a riconoscerla, diventa impossibile non vedere.
La pietra racconta l’origine del territorio, l’architettura mostra come gli abitanti abbiano imparato a utilizzarla e le strade, i campi e i villaggi restituiscono il risultato di un equilibrio costruito lentamente nel corso dei secoli, senza separare mai la natura dal lavoro umano.
Anche il Castello di Zichen, con le sue origini medievali, sembra nascere dalla stessa materia delle case e delle fattorie che lo circondano. Più che dominare il paesaggio, ne fa parte, diventando un altro tassello di quella relazione continua tra geologia, architettura e comunità che caratterizza il territorio di Riemst.
Ed ĆØ forse proprio questa la chiave per leggere il paesaggio. Qui il patrimonio non si manifesta attraverso un unico monumento capace di concentrare tutta l’attenzione del visitatore, ma si lascia ricomporre poco alla volta, collegando elementi che, osservati singolarmente, sembrano appartenere a storie diverse.
La cava fornisce la pietra, la pietra costruisce la casa, la casa sostiene il lavoro dei campi e i campi danno forma al villaggio, fino a quando il villaggio torna quasi senza accorgersene a fondersi con il paesaggio. à un ciclo che si è sviluppato spontaneamente nel corso delle generazioni, molto prima che parole come sostenibilità o economia circolare entrassero nel linguaggio comune. Era semplicemente il modo più naturale di abitare questo territorio.

Proseguendo verso Val-Meer, la strada continua a seguire le morbide ondulazioni dell’altopiano. I campi lasciano gradualmente spazio ai frutteti e ai vigneti, mentre nelle stagioni di transizione il paesaggio si trasforma in un mosaico di colori: il verde delle colture, il marrone della terra, il giallo della marna e il rosso dei tetti sembrano sovrapporsi come i tasselli di una stessa storia.
A questo punto diventa facile capire che Riemst non può essere raccontata soltanto attraverso ciò che produce. Il vero protagonista è la relazione che lega ogni elemento del paesaggio: la collina e la strada, il campo e il villaggio, la pietra e le case, il sottosuolo e ciò che continua a vivere in superficie.
Ed ĆØ proprio seguendo questo filo invisibile che, tra le colline, cominciano finalmente ad apparire le vigne.
QUANDO LA VITE IMPARA A LEGGERE LA TERRA

La strada continua a salire. Non abbastanza da sembrare una vera salita a chi osserva il paesaggio dal finestrino di un’auto, ma quanto basta perchĆ© lo sguardo cominci lentamente ad allargarsi. I villaggi restano alle spalle, le grandi fattorie si trasformano in punti isolati e l’altopiano si apre in una successione di campi che sembra estendersi senza interruzioni.
Ć in questo paesaggio che compaiono le vigne. Non occupano l’intero orizzonte come accade in molte grandi regioni vitivinicole europee, ma emergono con discrezione, alternate ai frutteti, ai campi coltivati e ai prati, quasi fossero un elemento che ha trovato il proprio posto senza sentire il bisogno di imporsi sugli altri.
Ed ĆØ proprio questa la loro particolaritĆ : a Riemst la vite non ha trasformato il territorio, ha imparato ad abitarlo.
Per secoli queste colline sono state modellate dal lavoro dei contadini, dei cavatori e delle comunitĆ che vivevano nei piccoli villaggi disseminati sull’altopiano. La viticoltura moderna ĆØ arrivata molto più tardi, recuperando una tradizione che, secondo la memoria storica locale, risale giĆ all’epoca romana e trovando nella marna una delle caratteristiche che ancora oggi contribuiscono alla personalitĆ agricola del territorio.
La stessa roccia incontrata nelle cave continua infatti a essere presente anche qui, sotto il sottile strato di terreno coltivabile. Non ĆØ più materia da estrarre, ma parte silenziosa dell’equilibrio che sostiene la campagna. La vite cresce cosƬ sopra una storia molto più antica di lei.

In alcuni luoghi questa relazione diventa particolarmente evidente. A Genoelselderen, ad esempio, i filari circondano il Wijnkasteel Genoels-Elderen, considerato il più antico castello vinicolo del Belgio. I suoi ventidue ettari di vigneto seguono con naturalezza le ondulazioni del terreno, senza interrompere la continuità del paesaggio agricolo che li circonda.
Arrivando fin qui, il contrasto con il mondo sotterraneo attraversato poco prima ĆØ quasi cinematografico. Sotto la montagna c’erano il silenzio, il buio e i corridoi scavati nella marna; qui tornano la luce, il vento e i filari. Cambiano gli strumenti e cambiano i gesti, ma il principio rimane sorprendentemente lo stesso: i cavatori imparavano a leggere la pietra prima di scavare, mentre i viticoltori imparano a leggere la terra prima di coltivarla.
Ć forse questa la continuitĆ più profonda di Riemst: non un’attivitĆ particolare, ma un modo di abitare il territorio fondato sull’osservazione, sulla pazienza e sulla capacitĆ di adattarsi a ciò che la natura offre.
Per questo il vino non diventa mai il protagonista assoluto del paesaggio. Le vigne convivono con i campi, i frutteti e i piccoli villaggi, contribuendo a un mosaico agricolo che conserva ancora oggi un equilibrio raro. Camminando o pedalando lungo queste strade non si attraversa soltanto un vigneto, ma una campagna viva, nella quale la vite rappresenta semplicemente l’ultimo capitolo di una storia iniziata milioni di anni fa sul fondo di un mare.
Ed è proprio questa continuità a rendere particolare il paesaggio di Riemst. La stessa collina che oggi alimenta le radici delle viti custodisce ancora, pochi metri più in basso, le gallerie da cui per secoli è stata estratta la marna. La vite e la cava appartengono così a tempi diversi della stessa storia, legati da quella terra che ha fornito agli abitanti prima una pietra da costruzione e oggi un terreno da coltivare.
Fra questi due livelli, generazioni di uomini hanno imparato che il territorio non si conquista, ma si ascolta.
Sarebbe facile fermarsi qui, davanti a un vigneto, concludendo il racconto con un calice di vino. Ma significherebbe tornare a osservare soltanto la superficie. La strada, invece, continua e conduce verso Kanne.
KANNE, DOVE IL MONDO CONTINUA SOTTO LA COLLINA

La strada verso Kanne continua a seguire le morbide ondulazioni dell’altopiano. Per qualche chilometro il paesaggio sembra non cambiare: campi coltivati, filari di alberi, qualche fattoria isolata e il ritmo tranquillo di una campagna che invita a rallentare.
Poi, quasi senza accorgersene, qualcosa cambia.
Kanne sorge ai margini della valle del Jeker, a pochi passi dal confine con i Paesi Bassi, in una posizione che per secoli ne ha fatto un naturale punto d’incontro tra territori diversi. Oggi appare come un piccolo villaggio immerso nel verde, ma basta avvicinarsi alle colline che lo circondano per capire che la parte più sorprendente della sua storia non si trova davanti agli occhi, ma sotto i piedi.
Le cave di marna di Kanne sono il risultato di secoli di lavoro. Galleria dopo galleria, gli uomini hanno scavato un reticolo sotterraneo nel quale gli spazi si allargano improvvisamente, i corridoi si incrociano e la luce scompare fino a lasciare soltanto la roccia. In alcuni punti le pareti raggiungono dimensioni tali da far dimenticare di trovarsi dentro una collina. L’impressione ĆØ quella di camminare in un edificio costruito dall’uomo, anche se, in realtĆ , tutto ĆØ nato sottraendo materia alla montagna.
Ma la storia di queste cave non finisce con l’estrazione. Quando il lavoro dei cavatori terminava, gli spazi non venivano necessariamente abbandonati: cambiavano semplicemente funzione. Le gallerie diventavano depositi, luoghi di conservazione, rifugi o ambienti di lavoro, dimostrando come ogni generazione fosse capace di trovare un nuovo significato agli stessi luoghi.
Anche la coltivazione dei funghi nacque da questa straordinaria capacitĆ di adattamento. La temperatura costante, l’umiditĆ elevata e l’assenza della luce diretta trasformarono alcune cave in ambienti ideali per una produzione impossibile da immaginare osservando la campagna in superficie.

Il contrasto ĆØ sorprendente. Fuori il paesaggio cambia continuamente: le stagioni modificano i colori dei campi, la luce attraversa i filari e il vento ridisegna ogni giorno l’aspetto delle colline. Sotto terra, invece, il tempo sembra rallentare. La temperatura rimane quasi immutata, l’umiditĆ avvolge le pareti e il silenzio diventa parte dello spazio. Ć come se il territorio custodisse due ritmi diversi, separati soltanto da pochi metri di roccia.
Ed è proprio qui che il viaggio cambia ancora. Fino a questo momento abbiamo seguito il percorso della pietra, dalla sua formazione sul fondo di un mare alle cave, dalle cave alle case e dalle case ai vigneti. A Kanne quella storia compie un passo ulteriore: la profondità non è più soltanto il luogo da cui si estrae qualcosa, ma diventa uno spazio da abitare e utilizzare in modi sempre nuovi.
Anche durante i periodi di guerra queste gallerie offrirono rifugio alla popolazione. Nate per il lavoro quotidiano, si trasformarono improvvisamente in luoghi di protezione e ancora oggi alcune pareti conservano iscrizioni, disegni e segni lasciati da chi vi trascorse giorni o settimane nell’attesa di poter tornare alla luce.
Camminando tra queste gallerie si ha la sensazione che la montagna abbia deciso di conservare ogni passaggio umano senza cancellare quello precedente. Ogni epoca ha lasciato il proprio segno e, proprio come accade nei diversi strati della roccia, ogni utilizzo si ĆØ sovrapposto al precedente.

Quando si torna all’esterno, la luce sembra quasi eccessiva. Le colline appaiono più luminose, il cielo più ampio e i campi sembrano respirare con maggiore intensitĆ . Eppure qualcosa ĆØ cambiato soprattutto nello sguardo, perchĆ© anche quando non vediamo più le cave sappiamo che continuano a esistere. Ogni casa costruita in marna racconta il luogo da cui quella pietra ĆØ stata estratta e ogni vigneto affonda le radici sopra una storia molto più antica della vite stessa.
A questo punto Riemst si rivela per quello che ĆØ davvero: non semplicemente un insieme di attrazioni, ma un territorio nel quale ogni elemento rimanda inevitabilmente a un altro. La pietra conduce alle cave, le cave alle case, le case alla campagna e la campagna alle vigne, mentre sotto tutto questo continua a esistere una seconda geografia che il paesaggio di superficie lascia soltanto intuire.
Lasciando Kanne, la strada cambia ancora e la terra torna lentamente a scorrere.
DOVE LA TERRA TORNA A SCORRERE

Lasciando Kanne, il paesaggio cambia senza mai dare l’impressione di volerlo fare. La strada abbandona lentamente le colline e comincia ad accompagnare il corso del Jeker, il piccolo fiume che attraversa questa parte del Limburgo prima di oltrepassare il confine olandese e raggiungere Maastricht. Dopo il buio delle cave e la soliditĆ della pietra, l’acqua introduce un ritmo diverso, quasi più leggero, nel racconto del territorio.
Il fiume disegna curve tranquille tra prati e campi coltivati, mentre le colline sembrano allontanarsi appena, lasciando spazio a una valle più aperta. Nulla è spettacolare e tutto appare naturale, come se questo paesaggio fosse sempre esistito così. E forse è proprio questa la sua forza.
Fino a questo momento il viaggio ci ha raccontato soprattutto il modo in cui l’uomo ha imparato a leggere e trasformare la terra, scavandola, costruendo con la pietra e coltivandola. Ora ĆØ la terra stessa a tornare protagonista.
Il Jeker non costruisce muri nĆ© lascia monumenti. Scorre con la pazienza dei fiumi antichi, modellando lentamente la valle e creando, nel corso dei secoli, condizioni favorevoli per gli insediamenti, per l’agricoltura e per la vita quotidiana.
Dopo la verticalitĆ delle cave, il paesaggio ritrova cosƬ la propria dimensione orizzontale. Lo sguardo torna ad allungarsi, la luce riprende il posto del buio e le colline, che fino a poco prima custodivano un mondo nascosto, tornano semplicemente a delimitare l’orizzonte.

à in questo equilibrio che ricompaiono le vigne. Seguono il profilo delle pendici senza dominarle, convivendo con prati, frutteti, campi coltivati e piccoli villaggi. Più che trasformare il paesaggio, sembrano aggiungere un nuovo capitolo a una storia che era già cominciata molto tempo prima.
Osservandole da lontano si ha quasi l’impressione che siano una scrittura delicata tracciata sulle colline. Le linee ordinate dei filari accompagnano il rilievo naturale senza interromperlo, lasciando che il paesaggio continui a raccontare prima di tutto sĆ© stesso.
Ed ĆØ proprio questa la sensazione che accompagna gli ultimi chilometri attraverso Riemst. Ogni epoca si ĆØ appoggiata sulla precedente senza cancellarla: la pietra continua a esistere sotto le vigne, le cave rimangono sotto le colline e i villaggi conservano nelle loro forme la memoria del lavoro che li ha costruiti. Nulla sembra davvero scomparire; cambia soltanto il modo in cui impariamo a guardarlo.
Mentre il Jeker continua a scorrere accanto alla strada, anche il viaggio ritrova il proprio ritmo. Le ruote della bicicletta riprendono a seguire il profilo della valle e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova di nuovo dentro il percorso del Renewi Tour.
Ma ormai lo sguardo ĆØ diverso. La corsa non attraversa soltanto una sequenza di strade, ma milioni di anni di geologia, secoli di lavoro umano e un paesaggio che continua a trasformarsi senza mai perdere la propria identitĆ .
Ed è forse proprio questo il lascito più autentico di Riemst: non aver mostrato semplicemente un territorio, ma aver insegnato un modo diverso di leggerlo.
LA STRADA CHE ATTRAVERSA DUE MONDI

Alla fine, tutto torna alla strada.
Il Renewi Tour attraversa Riemst per dirigersi verso Bilzen-Hoeselt, in una delle tappe della corsa. Per il gruppo sono soltanto pochi chilometri da percorrere nel minor tempo possibile, tra curve, brevi salite e cambi di ritmo che il paesaggio nasconde con la sua apparente tranquillitĆ .
Per chi arriva qualche giorno prima, invece, quelle stesse strade raccontano una storia completamente diversa. Dopo aver attraversato Riemst ĆØ impossibile guardarle con gli stessi occhi: sotto l’asfalto continua a esistere la marna, dietro le facciate delle fattorie rimane la pietra estratta dalle cave, tra le colline crescono le vigne e sotto alcune di quelle vigne si sviluppa ancora il mondo silenzioso delle gallerie.
La corsa attraverserĆ tutto questo senza fermarsi, ed ĆØ giusto cosƬ. Il ciclismo vive di movimento: una casa compare per pochi secondi, una curva la nasconde, un campanile emerge all’orizzonte e subito dopo scompare. La televisione restituisce frammenti, mentre il gruppo continua a inseguire il tempo.
Il viaggio può permettersi il lusso opposto. Può rallentare, tornare indietro, imboccare una strada secondaria dopo il passaggio dei corridori e scoprire che dietro una curva si nasconde una fattoria costruita con la stessa pietra vista nelle cave, un sentiero che sale tra i vigneti o un ingresso quasi invisibile che conduce nuovamente nel sottosuolo.

à in quel momento che il percorso della corsa cambia significato. Non indica soltanto dove passano i corridori, ma da dove può cominciare un viaggio.
Forse è proprio questo il legame più profondo tra ciclismo e territorio. Una corsa non ha bisogno di fermarsi in un luogo perché quel luogo meriti di essere raccontato. Anzi, molto spesso sono proprio le località attraversate più velocemente a custodire le storie più sorprendenti.
Riemst ne è un esempio perfetto. Non concentra la propria identità in un monumento o in una singola attrazione, ma in un paesaggio che si lascia comprendere poco alla volta, collegando ciò che emerge in superficie con ciò che continua a vivere sotto terra. Le cave raccontano il lavoro, le fattorie raccontano la pietra, i vigneti raccontano una nuova stagione agricola e la valle del Jeker racconta il tempo; la strada, semplicemente, tiene insieme tutto come la trama di un romanzo.
Si potrebbe arrivare qui seguendo il Renewi Tour, visitare le cave di Kanne, proseguire verso Zichen-Zussen-Bolder, attraversare i vigneti di Genoelselderen e ritrovarsi, quasi senza accorgersene, a leggere il paesaggio come una lunga narrazione nella quale ogni capitolo rimanda al precedente.
A quel punto non servirebbe più un itinerario preciso. Basterebbe continuare: una curva, un villaggio, una collina, una fattoria. Ogni deviazione diventerebbe parte del racconto.
Ed è forse questa la lezione più autentica che Riemst lascia al viaggiatore: non insegna semplicemente a osservare un territorio, ma insegna a leggerlo.
Quando i corridori passeranno di qui, attraverseranno in pochi minuti milioni di anni di geologia, secoli di lavoro umano e un paesaggio che continua ancora oggi a trasformarsi. Noi possiamo scegliere un’altra velocitĆ , fermarci e lasciare che sia il tempo a rallentare.
Perché forse il modo migliore di seguire una corsa non è inseguire i corridori, ma fermarsi nel luogo che hanno appena attraversato e chiedersi quale storia custodisca quella strada.
A Riemst la risposta conduce molto lontano. Riporta al mare che occupava questa terra milioni di anni fa, scende nelle cave dove la montagna ĆØ diventata rifugio e memoria, riemerge nelle fattorie costruite con la stessa pietra estratta dal sottosuolo e attraversa campi e vigneti che hanno dato un nuovo significato a quelle colline. Infine torna sulla strada, dove tutto sembra ricominciare.
Per questo Riemst non ĆØ soltanto una tappa del Renewi Tour, ma un territorio che custodisce due paesaggi: uno si lascia vedere, mentre l’altro aspetta soltanto qualcuno disposto a rallentare.
La corsa ci mostra la strada, ma il viaggio ci insegna a leggere ciò che quella strada attraversa.
FERMARSI DOVE GLI ALTRI PASSANO

La corsa attraversa Riemst in poche ore. Il viaggio, invece, può cominciare proprio da quei luoghi nei quali il gruppo non avrà il tempo di fermarsi.
Non serve costruire un itinerario inseguendo una lunga lista di attrazioni. Riemst si comprende meglio lasciando che siano le strade a suggerire le soste, seguendo il percorso del Renewi Tour e concedendosi almeno una giornata in più per entrare nei villaggi, attraversare le colline e, quando possibile, scendere nel mondo nascosto sotto la superficie.
Kanne e Zichen-Zussen-Bolder rappresentano due tappe naturali di questo percorso. In entrambi i casi il rapporto tra ciò che appare e ciò che rimane invisibile emerge con particolare chiarezza: sopra la campagna, le case e i vigneti; sotto la pietra, le cave e le gallerie che raccontano un’altra epoca del territorio.
Più avanti, nell’area di Genoelselderen, la viticoltura diventa una presenza più evidente e mostra come una tradizione relativamente recente sia riuscita a inserirsi con naturalezza in una campagna modellata da secoli di agricoltura.
Ma forse il modo migliore di conoscere Riemst non consiste nel cercare continuamente qualcosa da vedere. A volte basta seguire una strada secondaria, lasciare la bicicletta e proseguire a piedi per qualche centinaio di metri, fermarsi davanti a una vecchia fattoria e osservare il colore della pietra, riconoscendo nelle sue mura la stessa marna incontrata poco prima nelle cave.
Sono dettagli, ma ĆØ proprio attraverso di essi che questo territorio si lascia leggere.
Naturalmente le visite alle cave richiedono un po’ di organizzazione. L’accesso alle gallerie ĆØ regolato da visite guidate, spesso soggette a prenotazione o a periodi di apertura specifici. Se rappresentano uno degli obiettivi principali del viaggio, conviene verificare disponibilitĆ e modalitĆ prima della partenza.

Per il resto, Riemst non chiede molto. Una bicicletta permette di seguire lentamente il profilo delle colline, mentre camminare aiuta a entrare nei villaggi e a cogliere quei particolari che dalla strada sfuggono facilmente. Anche l’automobile può diventare un buon mezzo, purchĆ© lasci sempre spazio alla possibilitĆ di fermarsi quando qualcosa richiama l’attenzione.
Durante il Renewi Tour tutto cambia soltanto per qualche ora. Le transenne compaiono lungo il percorso e il silenzio lascia spazio al rumore del gruppo, poi lentamente ogni cosa torna al proprio ritmo. Ed è forse proprio allora che vale la pena rimanere, perché il territorio non appartiene al giorno della corsa: appartiene al tempo.
Quando i corridori avranno già raggiunto il traguardo successivo, Riemst sarà ancora lì. Rimarranno le colline, i vigneti, i villaggi e quella terra chiara che continua a custodire, sotto la superficie, le tracce di tutto ciò che è accaduto prima.
Ć questa la vera ereditĆ di Riemst: non una singola attrazione, ma un paesaggio nel quale tempi diversi continuano a convivere. Ed ĆØ forse anche il motivo per cui vale la pena seguire una corsa ciclistica attraverso luoghi come questo: la gara offre una direzione, il territorio offre una storia e tra le due nasce un modo diverso di viaggiare.
Si segue il percorso della competizione, ma ci si ferma dove il gruppo non può farlo. Si osserva ciò che dalla televisione dura pochi secondi, si imbocca una strada laterale e si scopre che dietro una curva esiste un villaggio, sotto una collina una cava e tra i campi una vigna.
Il gruppo sarĆ giĆ passato. La terra no.
Ed è forse proprio lì che la corsa finisce e il viaggio comincia davvero.
LA STAGIONE GIUSTA PER SCOPRIRE RIEMST

Riemst cambia volto con il passare delle stagioni. I campi degli altopiani seguono il ritmo delle coltivazioni, i vigneti modificano il colore delle colline e la luce trasforma continuamente l’aspetto delle pareti chiare di marna. Per questo non esiste una stagione sbagliata per visitarla: ogni periodo dell’anno permette semplicemente di cogliere un aspetto diverso del territorio.
Primavera, quando la terra torna verde
La primavera ĆØ probabilmente il momento più equilibrato per conoscere Riemst. I campi tornano a colorare gli altopiani, le temperature invitano a trascorrere molte ore all’aperto e le strade secondarie sono ideali da percorrere in bicicletta, seguendo il paesaggio senza fretta.
Ć anche una stagione in cui le colline rimangono particolarmente leggibili: la vegetazione non ha ancora raggiunto la densitĆ estiva e fattorie, vigneti, campi e strade sembrano comporre un unico disegno. Per chi vuole esplorare il territorio in bicicletta, la primavera offre quindi un buon equilibrio tra clima, luce e paesaggio.
Estate, tra vigne e sottosuolo
Con l’estate le giornate si allungano, i campi assumono le tonalitĆ dorate del grano e i vigneti diventano una presenza sempre più evidente. Ć il periodo in cui Riemst mostra con maggiore chiarezza il proprio carattere agricolo, tra campagne aperte, piccoli villaggi e fattorie isolate.
La bella stagione permette anche di apprezzare il contrasto tra la superficie e il mondo sotterraneo. Nelle cave di Kanne la temperatura rimane stabile durante l’anno, offrendo un’esperienza molto diversa dal caldo che si può incontrare all’esterno. Nell’area di Genoelselderen, invece, la viticoltura diventa protagonista e, nei periodi di apertura, ĆØ possibile associare la visita al Wijnkasteel Genoels-Elderen alla scoperta dei vini prodotti sulle colline circostanti.

Autunno, la stagione dei colori
In autunno la luce si abbassa, i campi cambiano colore e i vigneti assumono le tonalitĆ della vendemmia. Le colline perdono parte della luminositĆ estiva e acquistano una profonditĆ particolare, rendendo questa stagione interessante soprattutto per chi ama camminare o pedalare.
à anche un buon momento per seguire le strade del Renewi Tour con un ritmo completamente diverso da quello della gara. Senza il passaggio del gruppo e senza la necessità di seguire un itinerario prestabilito, si può lasciare più spazio alle soste e osservare con maggiore attenzione il rapporto tra campagna, fattorie, vigneti e villaggi.
Inverno, quando emerge la struttura del paesaggio
L’inverno spoglia Riemst di molti dei colori che caratterizzano le altre stagioni, ma proprio per questo rende più evidenti le forme del territorio. Le fattorie in pietra, i muri, i campanili, le strade e le linee degli altopiani emergono con maggiore chiarezza, offrendo un punto di vista interessante a chi vuole comprendere la struttura del paesaggio più che cercare soltanto colori e fotografie.
Nel sottosuolo, invece, il cambio di stagione si percepisce molto meno. Le cave mantengono il loro microclima durante tutto l’anno, una caratteristica che ne ha favorito nel tempo utilizzi diversi, dalla conservazione degli alimenti alla coltivazione dei funghi.
Quando andare
Se dovessi scegliere un solo periodo, punterei sulla tarda primavera o sull’inizio dell’estate. Sono i mesi che permettono di vivere con maggiore facilitĆ entrambe le anime di Riemst: le colline, i campi e i vigneti da esplorare all’aperto e il mondo sotterraneo delle cave, dove la temperatura rimane stabile anche quando in superficie cambia completamente la stagione.
Detto questo, Riemst non obbliga davvero a scegliere. La primavera ĆØ ideale per la bicicletta e per leggere il paesaggio, l’estate valorizza vigne e attivitĆ all’aperto, l’autunno aggiunge colori e una luce particolare, mentre l’inverno permette di cogliere meglio la struttura del territorio.
La superficie cambia continuamente. Il sottosuolo molto meno. Ed ĆØ proprio questo dialogo tra trasformazione e memoria a fare di Riemst un luogo che può essere scoperto in modi diversi durante tutto l’anno.
ARRIVARE A RIEMST E LASCIARSI GUIDARE DAL TERRITORIO
Raggiungere Riemst non richiede un viaggio complicato. La vera difficoltĆ arriva dopo, quando bisogna decidere quanto lentamente si ĆØ disposti a procedere.
Situata nel sud del Limburgo belga, a pochi chilometri da Maastricht, Riemst ĆØ infatti una destinazione che si presta meglio a essere attraversata con calma che visitata di passaggio. La vicinanza alla cittĆ olandese permette inoltre di inserirla facilmente in un itinerario più ampio attraverso questa parte d’Europa.
Per chi arriva in automobile, questa ĆØ probabilmente la soluzione più semplice per esplorare il territorio con la necessaria libertĆ . Le distanze sono contenute e permettono di raggiungere facilmente Kanne, Zichen-Zussen-Bolder, Genoelselderen e gli altri piccoli centri della municipalitĆ . Ma ĆØ soprattutto quando si abbandonano le strade principali che il viaggio cambia ritmo: la carreggiata segue le morbide ondulazioni delle colline, attraversa villaggi e fattorie e si apre tra campi, frutteti e vigneti. Qui avere un’auto significa soprattutto poter rallentare, fermarsi e cambiare direzione quando il paesaggio suggerisce una deviazione.
Anche il treno può essere una buona soluzione, utilizzando Maastricht come porta d’accesso al territorio e proseguendo poi verso Riemst con i collegamenti locali. Per chi vuole raggiungere in particolare Genoelselderen e il Wijnkasteel Genoels-Elderen, sono disponibili collegamenti in autobus dalle vicine stazioni ferroviarie di Tongeren e Bilzen. Ć una soluzione che richiede un po’ più di attenzione nella pianificazione, ma permette di costruire il viaggio senza dover necessariamente utilizzare l’automobile.
Poi c’ĆØ la bicicletta, che più di ogni altro mezzo sembra appartenere a questo paesaggio. Non soltanto perchĆ© Riemst ĆØ attraversata dal Renewi Tour, ma perchĆ© la rete di itinerari ciclabili consente di collegare con naturalezza il Limburgo belga, Maastricht e la Vallonia, seguendo strade secondarie e percorsi che attraversano proprio quei paesaggi raccontati nei capitoli precedenti.
Tra gli itinerari più interessanti c’ĆØ il Mergellus XL, un percorso di circa 57 chilometri che attraversa cave di marna, vigneti, campagne, villaggi storici e testimonianze della storia militare della regione. Il Korte Mergellus propone invece un itinerario più breve, concentrato soprattutto nell’area della marna, tra Kanne e il territorio di Maastricht. In entrambi i casi la bicicletta permette di accostare esperienze molto diverse senza interrompere il filo del paesaggio: si pedala tra i vigneti, si entra in un villaggio, ci si ferma davanti a una fattoria costruita con la marna e, poco dopo, si può scendere nel mondo sotterraneo delle cave.
Ć proprio questa alternanza a rendere Riemst diversa da una destinazione da visitare seguendo una semplice lista di attrazioni. Le cave dialogano con i vigneti, le fattorie con i campi, i villaggi con la valle del Jeker e le testimonianze della Seconda guerra mondiale con lo stesso paesaggio agricolo che si attraversa in bicicletta. Esistono infatti itinerari dedicati alla memoria del conflitto che collegano luoghi come il ponte di Vroenhoven, Kanne e il forte di Eben-Emael, aggiungendo un ulteriore livello alla lettura del territorio.
Qualunque sia il mezzo scelto, però, vale la pena lasciare un po’ di spazio all’imprevisto. Riemst non si lascia comprendere soltanto arrivando in un punto preciso, ma attraversando lentamente un territorio nel quale ciò che si vede in superficie rimanda continuamente a ciò che si trova sotto terra. Ć per questo che, una volta arrivati, il modo migliore per proseguire non ĆØ necessariamente seguire la strada più veloce, ma quella che permette di guardare meglio.
Non tutti arrivano con la propria bicicletta, e non ĆØ un problema. Diverse realtĆ locali permettono di noleggiare una bici o un’e-bike, cosƬ da affrontare Riemst seguendo il proprio ritmo, senza rinunciare alla libertĆ di esplorare queste montagne.
Nei prossimi approfondimenti troverai itinerari dedicati alla bici da strada, al gravel e al cicloturismo lento.
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DOVE FERMARSI

Anche la scelta di dove dormire può diventare un modo per vivere Riemst. Chi preferisce avere Maastricht a breve distanza può orientarsi verso una sistemazione lungo i principali collegamenti, mentre chi desidera immergersi maggiormente nel paesaggio troverĆ nei piccoli villaggi del territorio un’atmosfera più raccolta e autentica.
Kanne è probabilmente la scelta più suggestiva per chi vuole esplorare il rapporto tra il mondo visibile e quello nascosto sotto la superficie. Il paese si sviluppa accanto alle cave di marna, al Canale Alberto e ai percorsi che conducono verso il Plateau de Caestert, mentre il piccolo porto turistico aggiunge un elemento inatteso a un paesaggio che, fino a pochi chilometri prima, sembrava appartenere esclusivamente alla campagna.
Genoelselderen ĆØ invece una scelta naturale per chi vuole soggiornare nel cuore del paesaggio vitivinicolo. I vigneti che circondano il Wijnkasteel Genoels-Elderen riportano immediatamente al rapporto tra la terra, la vite e la storia agricola di questa parte del Limburgo.
Anche alcune strutture ricettive contribuiscono a mantenere vivo questo legame con il territorio, occupando antiche fattorie quadrate, mulini o edifici storici riconosciuti come patrimonio locale.
A Riemst, insomma, il luogo in cui si decide di dormire non ĆØ soltanto una base da cui partire ogni mattina. Può diventare parte dell’esperienza stessa, soprattutto quando permette di ritrovare, appena fuori dalla porta, quella campagna fatta di pietra, vigneti, fattorie e piccoli villaggi che costituisce l’anima più autentica del territorio.
A TAVOLA, SOPRA E SOTTO LA TERRA
Anche a tavola Riemst continua a raccontare il proprio territorio. La cucina locale si intreccia infatti con le stesse risorse che abbiamo incontrato lungo il viaggio: la terra agricola, la frutta, la vite e, soprattutto, la marna, che ha dato origine a uno dei prodotti più curiosi della gastronomia locale.

Si tratta del grotchampignon, il fungo di grotta coltivato nei tunnel di marna di Kanne e riconosciuto come prodotto regionale fiammingo. Da quasi un secolo Riemst ĆØ legata alla coltivazione sotterranea dei funghi e oggi Dirk Jackers ĆØ l’ultimo produttore professionale rimasto nella zona. Nelle gallerie, dove la temperatura si mantiene intorno agli 11 °C e l’umiditĆ ĆØ molto elevata, i funghi crescono lentamente, sviluppando un sapore più intenso e una consistenza particolarmente compatta.
Ć difficile trovare un prodotto capace di rappresentare Riemst meglio di questo. Nasce letteralmente sotto i piedi del visitatore, nelle stesse cave che per secoli hanno fornito la pietra con cui sono state costruite case, fattorie e chiese, e oggi arriva nei ristoranti della zona come ingrediente di piatti che riportano in tavola una parte della storia del territorio. La guida gastronomica ufficiale permette anche di individuare i locali che propongono il grotchampignon.
La cucina, però, non si ferma ai funghi. Riemst appartiene a una regione agricola nella quale anche la frutta ha un ruolo importante e dove sopravvivono produzioni artigianali come le conserve e le marmellate della Jambrouwerij di Val-Meer. Il territorio offre inoltre diversi produttori locali, tra aziende agricole, vigneti e piccoli laboratori, molti dei quali possono essere scoperti attraverso la rete della cosiddetta filiera corta.
Poi c’ĆØ il vino, che negli ultimi anni ĆØ diventato una delle espressioni più riconoscibili della campagna di Riemst. A Genoelselderen i vigneti del Wijnkasteel Genoels-Elderen mostrano come la viticoltura abbia trovato il proprio spazio tra le colline della marna, mentre altri produttori locali contribuiscono a costruire una scena vinicola che vale la pena conoscere anche al di lĆ della visita alle cantine. La stessa guida gastronomica di Riemst permette di cercare i locali che propongono vini prodotti nella zona.

Anche la birra entra nel racconto. La tradizione brassicola del territorio comprende specialità locali come la Grotten Santé e la Hesbania, oltre alle birre biologiche Oudstrijder e Oudstrijder Dobbel-Tripel, testimonianza di una cultura della birra che affianca quella del vino senza mai entrare in competizione con essa.
Il risultato ĆØ una cucina che non ha bisogno di inventarsi un’identitĆ particolare: ce l’ha giĆ il territorio. Un piatto con i funghi di grotta, un bicchiere di vino prodotto sulle colline o una birra locale raccontano, ciascuno a modo proprio, una parte della stessa storia.
Dopo una giornata trascorsa a pedalare tra campi e vigneti o a camminare nelle gallerie di Kanne, sedersi a tavola diventa così più di una semplice pausa. à il momento in cui ciò che abbiamo incontrato lungo il viaggio torna a riunirsi, questa volta attraverso il gusto.
La marna è sotto i piedi, la vite cresce sopra di essa e i funghi maturano nel buio delle cave. In mezzo, generazioni di abitanti hanno costruito case, coltivato la terra e imparato a trasformare ciò che il territorio offriva loro.
Forse ĆØ proprio questa la conclusione più naturale del viaggio attraverso Riemst: non c’ĆØ una singola attrazione capace di raccontarla tutta. Bisogna attraversare le strade, scendere nelle cave, osservare i vigneti e, infine, sedersi a tavola.
La corsa può averti portato sulla mappa. La strada ti conduce a Riemst. à il territorio, però, a spiegarti lentamente perché valeva la pena fermarsi.
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UN LIBRO NELLO ZAINO
Riemst ĆØ uno di quei luoghi che si comprendono meglio quando si aggiunge alla visita una storia da leggere.
Non necessariamente una guida o un libro dedicato al territorio, ma qualcosa che permetta di guardarlo da un’altra prospettiva: attraverso la memoria del Belgio, la letteratura di un autore legato a questa terra o il tempo profondo della geologia che continua a modellare ciò che oggi appare come una tranquilla campagna.
Per entrare nella storia del Belgio attraverso la letteratura si può mettere nello zaino Vae victis di Annie Vivanti. Pubblicato nel 1917 e ambientato nel Belgio invaso durante la Prima guerra mondiale, il romanzo racconta la guerra dal punto di vista di chi la subisce e permette di avvicinarsi a una pagina drammatica della storia del Paese. à una lettura che acquista un significato particolare dopo aver attraversato Riemst e i luoghi della memoria militare della zona, tra Kanne, il ponte di Vroenhoven e il forte di Eben-Emael: il paesaggio che oggi appare quieto conserva infatti tracce di un passato nel quale queste terre si trovarono improvvisamente al centro degli eventi europei.
Per avvicinarsi invece al Belgio attraverso uno dei suoi grandi scrittori, la scelta può cadere su L’impiccato di Saint–Pholien di Georges Simenon. Simenon era nato a Liegi e in questo romanzo Maigret torna proprio nella cittĆ natale dell’autore, seguendo una vicenda che si muove tra Belgio, Francia e Germania. Non ĆØ un libro su Riemst, e proprio per questo può essere interessante leggerlo durante un viaggio nella regione: porta con sĆ© l’atmosfera del Belgio orientale e permette di scoprire attraverso la narrativa un territorio che nel nostro itinerario abbiamo osservato soprattutto dal punto di vista rurale, geologico e storico.
Il terzo libro segue invece una strada molto più profonda, quella del tempo geologico. Il tempo della terraĀ di Marcia Bjornerud invita a cambiare scala e a considerare la storia della Terra attraverso milioni e miliardi di anni. Ć una prospettiva particolarmente adatta a Riemst, dove la storia del paesaggio comincia molto prima dei villaggi, delle fattorie e delle cave: comincia quando questa parte d’Europa era ancora sommersa dal mare e i sedimenti che avrebbero formato la marna si depositavano lentamente sul fondale. Dopo aver camminato nelle cave di Kanne e aver visto la stessa pietra riapparire nelle case e nelle fattorie, leggere Bjornerud significa dare una profonditĆ diversa a ciò che si ĆØ appena osservato.
Sono tre libri molto diversi, ma possono accompagnare lo stesso viaggio. Il primo porta nella memoria del Belgio, il secondo nella sua letteratura e il terzo nel tempo remoto che precede qualsiasi presenza umana. Insieme aiutano a capire perchƩ Riemst non sia soltanto un territorio da attraversare, ma un paesaggio da interpretare.
Li trovi tutti nella pagina dedicata.
UN TERRITORIO DA LEGGERE, NON SOLTANTO DA ATTRAVERSARE

Alla fine del viaggio, Riemst appare molto diversa da come poteva sembrare all’inizio. Le colline tranquille, i campi, le fattorie, i vigneti e i piccoli villaggi non sono elementi isolati, ma parti di una storia che continua a svilupparsi su più livelli.
Sotto la superficie rimane la marna, memoria di un mare scomparso milioni di anni fa. Dentro le colline si aprono le cave scavate generazione dopo generazione. Dalla stessa pietra sono nate case, fattorie, chiese e muri che ancora oggi definiscono il paesaggio. Sopra quelle gallerie sono cresciuti i campi e, più recentemente, i vigneti. Le strade hanno collegato tutto questo, mentre il tempo ha aggiunto nuovi significati senza cancellare completamente quelli precedenti.
Ć questo il filo che unisce l’intero viaggio: Riemst non ĆØ un territorio fatto di luoghi da collezionare, ma un paesaggio nel quale ogni cosa rimanda a un’altra. La cava conduce alla pietra, la pietra alle case, le case ai villaggi, i villaggi alla campagna e la campagna alle vigne. Persino la strada del Renewi Tour, attraversata dai corridori in pochi minuti, diventa una porta d’ingresso verso una storia che richiede invece tempo per essere compresa.
Forse è proprio per questo che vale la pena fermarsi qui qualche giorno, invece di limitarsi a seguire la corsa o a visitare una singola attrazione. Riemst chiede di rallentare, di cambiare prospettiva e di guardare oltre ciò che appare immediatamente evidente. Di entrare nelle cave, ma anche di tornare in superficie. Di osservare una fattoria, poi cercare con lo sguardo la collina da cui proviene la sua pietra. Di pedalare tra i vigneti sapendo che, pochi metri più sotto, continua a esistere un paesaggio completamente diverso.
Alla fine, ciò che rimane non è una singola immagine, ma la consapevolezza che ogni paesaggio possiede una profondità che normalmente non vediamo.
Ed è forse questo il regalo più interessante che Riemst può lasciare a chi la attraversa: la capacità di guardare una strada, una collina o una casa e chiedersi quale storia continui a vivere sotto i propri piedi.
A Riemst la strada mostra dove andare; è la terra, però, a raccontare dove siamo.
MAPPA INTERATTIVAĀ
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