Il Gran Piemonte non è una corsa che si possa raccontare soltanto attraverso un arrivo, un vincitore o una classifica. Da più di un secolo cambia strada insieme al Piemonte, attraversando pianure e colline, Langhe e Canavese, città e piccoli centri, salite capaci di decidere una gara e paesaggi che continuano a esistere quando il gruppo è già lontano.
Nato nel 1906 con il nome di Giro del Piemonte, ha attraversato epoche molto diverse del ciclismo italiano. Ha conosciuto i pionieri delle prime corse su strada, i grandi campioni del Novecento e i protagonisti del ciclismo contemporaneo. Ha cambiato più volte percorso, partenza e arrivo, ha conosciuto interruzioni e ritorni e nel 2017 è diventato anche il palcoscenico del Campionato italiano su strada. Dal 2009 porta il nome con cui lo conosciamo oggi e dal 2020 appartiene al calendario UCI ProSeries.
Ma la sua caratteristica più interessante è forse un’altra: il Gran Piemonte non ha mai avuto un solo Piemonte.
Ogni percorso ne sceglie uno diverso. E seguire la corsa significa anche capire come cambiano i paesaggi, le strade e le comunità che quella corsa attraversa.
IL GRAN PIEMONTE, UNA CORSA ATTRAVERSO IL PIEMONTE
La storia del Gran Piemonte comincia il 13 maggio 1906, quando il Giro del Piemonte mise per la prima volta in movimento una corsa destinata a durare più di un secolo. Quella prima edizione partì e terminò ad Alessandria, misurava 320 km e richiese più di undici ore di gara.
A vincere fu Giovanni Gerbi, il “Diavolo Rosso”, che si impose anche nelle due edizioni successive. Il suo legame con la corsa sarebbe rimasto unico: tre successi consecutivi all’inizio della storia del Giro del Piemonte e un record di tre vittorie che, nel tempo, sarebbe stato eguagliato da Costante Girardengo, Aldo Bini, Gino Bartali e Fiorenzo Magni.
Da allora il percorso non ha mai smesso di cambiare.
È questa una delle chiavi per comprendere la gara. Il Gran Piemonte non possiede una salita identitaria unica come accade in altre classiche. La sua identità nasce dalla capacità di attraversare il Piemonte e trasformarsi insieme al territorio.
Gli arrivi storici hanno portato la corsa ad Alessandria, Torino, Fossano, Cherasco, Biella, Novi Ligure, Oropa e in molte altre località. In alcune edizioni il percorso ha raggiunto anche la Valle d’Aosta, con arrivo a Saint-Vincent.
È una corsa, quindi, ma anche una geografia in movimento.
UNA STORIA LUNGA PIÙ DI UN SECOLO

Nei primi decenni il Giro del Piemonte apparteneva al grande calendario delle classiche italiane e costruì progressivamente il proprio albo d’oro.
Giovanni Gerbi, Costante Girardengo, Aldo Bini, Gino Bartali e Fiorenzo Magni sono ancora oggi i plurivincitori della corsa, tutti con tre successi. Intorno a loro compaiono molti dei nomi che hanno attraversato la storia del ciclismo italiano ed europeo.
La gara non è stata però sempre identica nemmeno nella propria forma. In alcune edizioni degli anni Trenta e nel primo dopoguerra il Giro del Piemonte sperimentò anche la formula a tappe, prima di consolidarsi definitivamente come classica di un giorno.
Il percorso continuava a cambiare e la corsa funzionava come uno specchio del Piemonte. A volte erano le grandi città a diventare il centro della gara, altre volte le montagne, le colline o i santuari.
Nel 1925 l’arrivo venne spostato a Torino, dove rimase per molte edizioni fino al 1940. Molto più avanti, nel 2008, la corsa attraversò 199 km tra Novi Ligure e Lagnasco. L’anno successivo cambiò nome, passando da Giro del Piemonte a Gran Piemonte, e l’edizione 2009 da Novi Ligure a Fossano venne vinta da Philippe Gilbert.
La storia recente è fatta della stessa continua trasformazione. Nel 2013 e nel 2014 la corsa non venne disputata. Tornò nel 2015 e nel 2017 visse una delle sue edizioni più particolari, quando il percorso da Asti a Ivrea fu scelto per ospitare il Campionato italiano su strada.
Dal 2020 la gara fa parte dell’UCI ProSeries nella categoria 1.Pro.
I CAMPIONI E LE IMPRESE DEL GRAN PIEMONTE

L’albo d’oro del Gran Piemonte è una piccola storia del ciclismo.
Dai pionieri delle prime edizioni si arriva a Girardengo, Bartali, Magni, Gimondi e Merckx, fino ai protagonisti delle classiche moderne. La corsa ha avuto vincitori molto diversi tra loro, proprio perché anche i suoi percorsi hanno continuato a cambiare.
Nel nuovo millennio Philippe Gilbert ha conquistato le edizioni 2009 e 2010. Rigoberto Urán ha vinto nel 2012. Fabio Aru ha trasformato il Gran Piemonte 2017 in una giornata tricolore. Sonny Colbrelli si è imposto nel 2018 ed Egan Bernal ha vinto a Oropa nel 2019. Negli anni successivi l’albo d’oro ha accolto George Bennett, Matthew Walls, Iván García Cortina, Andrea Bagioli e Neilson Powless.
L’edizione 2025 ha aggiunto un’altra pagina alla storia recente: Isaac Del Toro ha vinto ad Acqui Terme dopo 179 chilometri da Dogliani, precedendo Marc Hirschi e Bauke Mollema.
Ma per comprendere davvero il Gran Piemonte non basta sapere chi ha vinto.
Bisogna guardare dove lo ha fatto.
LE STORIE CHE IL GRAN PIEMONTE HA LASCIATO SULLA STRADA

Ci sono corse che si ricordano per un vincitore. Altre entrano nella memoria per qualcosa accaduto molto lontano dal podio, come il Gran Piemonte.
Serse Coppi e quel binario a Torino
Il 29 giugno 1951 il Giro del Piemonte attraversò Torino verso il traguardo del Motovelodromo. Durante il finale Serse Coppi, fratello di Fausto, cadde dopo che la ruota aveva incontrato un binario del tram in Corso Casale, a poche centinaia di metri dall’arrivo.
In un primo momento l’incidente non sembrò avere conseguenze irreparabili. Serse tornò in albergo, ma poco dopo accusò fortissimi dolori alla testa e perse conoscenza. Morì quella stessa sera per un’emorragia cerebrale. Aveva 28 anni.
La sua morte rimane una delle pagine più dolorose nella storia del Giro del Piemonte. Serse era un corridore di valore, già vincitore della Parigi-Roubaix nel 1949, e quella tragedia segnò profondamente anche la vita di suo fratello Fausto.
È anche una storia di Torino, delle sue strade e di un’epoca nella quale una corsa attraversava direttamente il tessuto urbano con condizioni di sicurezza molto diverse da quelle contemporanee.
Il 2017, quando il Gran Piemonte diventò tricolore
Un’altra edizione rimasta nella memoria è quella del 2017.
Quell’anno il Gran Piemonte, giunto alla 101ª edizione, non si corse nella consueta collocazione autunnale ma domenica 25 giugno, perché ospitò il Campionato Italiano professionisti su strada. Il percorso misurava 236 km, con partenza da Asti: dopo 153 chilometri sostanzialmente pianeggianti verso il Canavese, i corridori affrontarono un circuito finale di 22,8 chilometri da ripetere quattro volte attorno a Ivrea, con la salita della Serra da Chiaverano a fare da giudice a ogni passaggio, 3,4 km, pendenza media del 7%, punte fino al 13% e un tratto finale di circa 2,5 km vicino al 9%.
Fabio Aru attaccò sull’ultima ascesa della Serra e resistette da solo fino al traguardo di Ivrea, chiudendo in 5h52’31” a una media di 40,170 km/h e precedendo i connazionali Diego Ulissi e Rinaldo Nocentini. Dei 117 corridori partiti da Asti, solo 48 tagliarono il traguardo.
La Serra non era soltanto una difficoltà da affrontare in bicicletta. È la Serra morenica d’Ivrea, la più grande morena glaciale d’Europa: nata dal ghiacciaio della Dora Baltea durante il Pleistocene, origina dalle pendici del Mombarone, a oltre 2.300 m., e si allunga per circa 20 km fino a sfrangiarsi tra le alture del lago di Viverone, un bastione naturale così rettilineo da sembrare tracciato con un righello.
Ancora una volta, la storia sportiva della corsa finiva per coincidere con la storia fisica del territorio.
Quando la corsa non si corre
Il Gran Piemonte non venne disputato nel 2013 e nel 2014. La causa non fu il maltempo né un episodio isolato, ma un problema strutturale: gli sponsor non fornirono fondi sufficienti a coprire i costi di organizzazione, e la corsa restò semplicemente senza la copertura economica necessaria per essere messa in strada. L’ultima edizione prima dello stop era stata quella del 2012, da Fossano a Biella, vinta dal colombiano Rigoberto Urán.
Il ritorno arrivò il 2 ottobre 2015, con la 99ª edizione: partenza da San Francesco al Campo, arrivo a Ciriè dopo 185 km, vittoria in solitaria del belga Jan Bakelants, attaccato negli ultimi 7 km e mai più ripreso dal gruppo. La corsa rientrò nel calendario UCI Europe Tour inserendosi nel Trittico d’Autunno, la sequenza di tre classiche che chiude la stagione italiana insieme alla Milano-Torino e a Il Lombardia, l’ultima delle cinque Monumento dell’anno.
È un passaggio meno spettacolare di una vittoria, ma importante per capire la fragilità delle corse ciclistiche e il rapporto necessario tra sport, organizzazione e territorio: senza sponsor, anche una corsa con quasi un secolo di storia può fermarsi da un anno all’altro.
UNA CORSA, MOLTI PIEMONTE
Seguire il Gran Piemonte significa attraversare territori che hanno identità profondamente diverse.
Le Langhe rappresentano uno dei paesaggi più riconoscibili. Colline, vigneti, borghi e strade che salgono e scendono continuamente costruiscono una geografia nella quale la bicicletta diventa uno strumento particolarmente efficace per leggere il territorio.
Ma il Piemonte della corsa non si ferma alle Langhe.
Nel corso della sua storia il Gran Piemonte ha attraversato il Canavese, il Biellese, il Torinese, il Monferrato, il Cuneese e l’Alessandrino. Le prime edizioni si concludevano ad Alessandria, poi dal 1925 l’arrivo si spostò a Torino, dove restò fino al 1940. Da lì il traguardo ha continuato a cambiare casa: Limone Piemonte, Alba, Oropa. In alcuni anni la corsa ha addirittura sconfinato oltre i propri confini regionali, con arrivo a Saint-Vincent, in Valle d’Aosta. Nel 2001, invece, il percorso si spinse fino all’Alto Piemonte, con arrivo a Domodossola, ai piedi delle Alpi Ossolane e a un passo dalla Svizzera, l’edizione geograficamente più eccentrica della sua storia.
Per questo non esiste un unico “paesaggio del Gran Piemonte”.
Esiste una successione di paesaggi. Ed è proprio questa successione a rendere interessante ogni nuova edizione.
LE STRADE E LE SALITE DEL GRAN PIEMONTE
Il Gran Piemonte non possiede una salita che ritorni ogni anno a definire la corsa. È una differenza sostanziale rispetto alle classiche nelle quali un muro, un passo o un settore di pavé sono diventati parte permanente dell’identità dell’evento.
Qui le difficoltà cambiano insieme al percorso.
Nel corso della sua storia la gara ha attraversato pianure, colline vitivinicole, rilievi prealpini e strade appenniniche. Alcune edizioni hanno concentrato la selezione su salite impegnative, altre hanno distribuito la difficoltà attraverso una lunga successione di brevi ascese e discese, altre ancora hanno lasciato maggiore spazio ai corridori veloci.
Per questo i dati tecnici di una salita acquistano significato soprattutto all’interno dell’edizione nella quale viene affrontata. Non esiste un’altimetria tipica del Gran Piemonte: esiste una corsa che ogni anno utilizza una parte diversa della geografia regionale.
Bric della Forma e Castelletto d’Erro nel 2025, la Serra di Ivrea nel 2017, Oropa nel 2019 o La Morra nel 2026 appartengono a configurazioni differenti. Non sono salite da trasformare artificialmente in simboli permanenti della gara: raccontano invece modi diversi di costruire la stessa classica.
IL GRAN PIEMONTE E IL PAESAGGIO

Questa variabilità impedisce anche di associare il Gran Piemonte a un unico paesaggio.
Le Langhe sono uno dei territori più riconoscibili attraversati dalla gara, ma nel corso del tempo il gruppo ha raggiunto aree molto diverse per morfologia, storia e forme dell’insediamento.
Cambiare percorso significa quindi cambiare anche il Piemonte mostrato dalla corsa.
In alcune edizioni sono i vigneti e le colline a dominare il paesaggio; in altre entrano nella gara le montagne, i santuari, le morene glaciali o le città. Le strade collegano luoghi che fuori dalla competizione vengono spesso raccontati separatamente e permettono di osservarne le continuità.
È probabilmente questa la caratteristica territoriale più stabile del Gran Piemonte: non avere un solo territorio di riferimento, ma costruire una geografia diversa a ogni edizione.
EDIZIONE 2026: DA ASTI A BRA ATTRAVERSO LE COLLINE DEL VINO
Il GranPiemonte 2026 si correrà giovedì 8 ottobre e celebrerà la 110ª edizione della corsa. Il percorso ufficiale misura 185 km da Asti a Bra.
Rispetto all’edizione precedente cambia completamente la geografia della gara. Nel 2025 il GranPiemonte aveva collegato Dogliani ad Acqui Terme, costruendo il finale intorno a Castelletto d’Erro. Nel 2026 la corsa si sposta invece attraverso Langhe, Roero e Monferrato, il sistema di colline vitivinicole riconosciuto dall’UNESCO e uno dei paesaggi che più immediatamente identificano il Piemonte nel mondo.
La partenza da Asti possiede anche un legame particolare con le origini della corsa. Il primo Giro del Piemonte fu infatti vinto dall’astigiano Giovanni Gerbi. Centoventi anni dopo quella prima edizione, Asti diventa il punto dal quale parte la numero 110.
Il percorso 2026: 185 km e una decina di salite
La prima parte della corsa è quella maggiormente ondulata.
Dopo la partenza da Asti, il percorso attraversa l’Astigiano e si muove progressivamente verso le colline con una successione quasi continua di salite e discese. L’organizzazione indica circa dieci ascese brevi nell’intera giornata e segnala in particolare Manera, Tre Cunei e Roddino prima del circuito conclusivo.
La corsa raggiunge Dogliani al termine di questa prima lunga sezione, caratterizzata da continui saliscendi e da strade collinari che in alcuni punti presentano carreggiate ridotte.
Non c’è quindi una singola salita sulla quale concentrare la lettura della gara. La difficoltà iniziale deriva soprattutto dall’accumulo, dai cambi di ritmo e dalla necessità di affrontare una strada che raramente concede lunghi tratti regolari.
Dopo Dogliani il percorso diventa meno impegnativo, pur continuando a muoversi su terreno ondulato, fino ai piedi del primo passaggio a La Morra.
È qui che comincia la parte decisiva.

La Morra e il circuito finale di 34,7 chilometri
Il primo passaggio da La Morra introduce i corridori nel circuito conclusivo di 34,7 km, da percorrere una volta.
La corsa passa a poche centinaia di metri dal traguardo di Bra senza concludersi. Si dirige invece verso Cherasco, raggiunta attraverso la Strada Vecchia, e torna quindi verso La Morra per una seconda ascesa.
La ripetizione cambia il significato della salita. Al primo passaggio La Morra introduce nel circuito; al secondo arriva quando la corsa è ormai entrata nella fase decisiva e le difficoltà accumulate nella prima parte possono cominciare a pesare.
Dalla sommità il percorso scende verso Verduno, passa da Pollenzo e torna infine in direzione di Bra, uscendo dal circuito soltanto a circa 500 metri dall’arrivo.
La struttura del finale rende difficile individuare un unico punto obbligato per l’attacco. La selezione può cominciare sulle colline precedenti, continuare nei due passaggi da La Morra e modificarsi ancora sulla strada verso Bra.
Gli ultimi 1.800 m. verso Bra
Anche l’arrivo aggiunge un’ultima difficoltà.
Gli ultimi chilometri rimangono pianeggianti fino a circa 1.800 metri dal traguardo. Da qui la strada comincia a salire con pendenze inizialmente contenute, intorno al 2-3%.
A 1.500 m. dall’arrivo inizia il tratto più impegnativo: per circa un chilometro la pendenza si mantiene attorno al 5%, con una punta dell’8% poco prima dell’ultimo km.
Successivamente la strada spiana progressivamente. Due sequenze di curve sinistra-destra si trovano rispettivamente a circa 500 e 250 metri dall’arrivo, prima del rettilineo conclusivo di 250 m., ancora in leggerissima salita, intorno all’1%.
Non è quindi un arrivo nel quale basti semplicemente conservare lo sprint. Dopo 185 km e una giornata continuamente ondulata, anche le pendenze relativamente contenute dell’ingresso a Bra possono modificare gli equilibri tra i corridori rimasti davanti.

Una corsa tra Langhe, Roero e Monferrato
Il percorso 2026 rende particolarmente evidente una caratteristica storica del Gran Piemonte: la capacità di cambiare identità territoriale da un’edizione all’altra.
Dalla partenza di Asti la corsa attraversa le colline verso Dogliani, quindi costruisce il finale tra La Morra, Cherasco, Verduno, Pollenzo e Bra.
Il tracciato attraversa così il sistema delle colline vitivinicole di Langhe, Roero e Monferrato, un paesaggio nel quale la vite ha modificato per secoli la forma dei versanti, la distribuzione degli insediamenti e la rete delle strade.
Ma il ciclismo permette anche di leggere le differenze interne a questo territorio. Asti non è La Morra, Cherasco non è Pollenzo e Bra possiede una storia urbana e culturale distinta da quella dei paesi delle Langhe.
Il Gran Piemonte li collega per un giorno attraverso la stessa strada.
Squadre e primi protagonisti annunciati
L’organizzazione ha annunciato 25 squadre, ciascuna composta da sette corridori: 15 UCI WorldTeams e 10 UCI ProTeams.
Tra i primi iscritti comunicati figurano il vincitore dell’edizione 2025 Isaac Del Toro, Jhonatan Narváez, Lorenzo Mark Finn e Filippo Ganna.
Sono indicazioni già utili per capire il livello della partecipazione, ma non equivalgono ancora alla start list definitiva. I corridori effettivamente al via andranno verificati e aggiornati nei giorni immediatamente precedenti alla corsa.
SEGUIRE IL GRAN PIEMONTE E CONOSCERE IL TERRITORIO
Guardare il Gran Piemonte può essere un modo per comprendere il Piemonte prima ancora di percorrerlo.
La partenza racconta un territorio. Le salite ne raccontano un altro. Il finale ne racconta ancora un altro. Tra una difficoltà e l’altra compaiono borghi, vigneti, strade secondarie e città che meritano di essere osservati anche quando il gruppo è già passato.
L’edizione 2026 rende questa prospettiva particolarmente evidente. Partire da Asti e arrivare a Bra significa attraversare in 185 km territori che vengono spesso riuniti sotto l’immagine delle colline e del vino, ma che possiedono identità differenti.
La corsa permette di vederli in successione. Asti apre il percorso; Dogliani segna il passaggio verso un’altra parte del paesaggio collinare; La Morra introduce nel finale; Cherasco, Verduno e Pollenzo accompagnano la strada verso Bra.
È questa la prospettiva che interessa a Paroleingiro: utilizzare la corsa come una prima mappa e poi fermarsi dove il gruppo è costretto a continuare.
I TERRITORI DA SCOPRIRE LUNGO IL GRAN PIEMONTE

Il percorso 2026 apre una rete territoriale diversa da quella dell’edizione precedente.
Asti introduce una città nella quale Medioevo, vino e Palio hanno costruito una storia autonoma. Dogliani segna l’ingresso in un’altra parte del paesaggio collinare, mentre La Morra porta nel cuore delle Langhe vitivinicole. Da qui la corsa raggiunge Cherasco e Verduno prima di dirigersi verso Pollenzo e Bra.
Ma è proprio Pollenzo uno dei luoghi nei quali vale la pena rallentare quando il gruppo è passato.
Durante il Gran Piemonte sarà un nome lungo il percorso verso il traguardo. Fuori dalla corsa racconta invece una storia molto più lunga, nella quale si sovrappongono la città romana di Pollentia, il progetto ottocentesco di Carlo Alberto, l’Agenzia di Pollenzo e il paesaggio agricolo che circonda l’abitato. Epoche lontane hanno lasciato tracce nello stesso spazio, trasformando un piccolo centro in un luogo nel quale la storia può essere letta quasi per strati.
È anche un territorio che invita a tornare quando il calendario ciclistico è finito. L’autunno e i mesi meno affollati cambiano il ritmo delle colline, riportando l’attenzione sui paesaggi agricoli, sulle architetture e sulle strade che durante la gara vengono attraversate in pochi secondi.
È esattamente il tipo di deviazione che una corsa può suggerire. Il Gran Piemonte indica il luogo sulla mappa; il viaggio successivo permette di fermarsi e capire cosa contiene davvero quel nome.
È qui che una classica può diventare qualcosa di più di un evento sportivo. La strada utilizzata per seguire un attacco o misurare un distacco può diventare, il giorno dopo, la direzione da prendere per comprendere un territorio.
IL GRAN PIEMONTE DOPO IL PASSAGGIO DELLA CORSA
Quando il gruppo attraversa un paese, il passaggio dura pochi minuti.
Poi le transenne vengono rimosse, le strade riaprono e il territorio torna al proprio ritmo.
Nel 2026 rimarranno le colline percorse tra Asti e Dogliani, le strade che salgono verso La Morra, Cherasco e Verduno, e poi Pollenzo, dove la corsa incontra un paesaggio nel quale le tracce della storia continuano ben oltre il bordo della strada, prima degli ultimi chilometri verso Bra.
Rimarranno i vigneti, i paesi, le cascine e una rete di strade costruita molto prima che diventasse parte di un’altimetria.
L’edizione successiva potrà scegliere un Piemonte completamente diverso. Potrà tornare verso le montagne, attraversare altre colline o riportare la gara in luoghi già incontrati in passato.
È questa instabilità geografica a rendere il Gran Piemonte particolare tra le classiche italiane: la corsa non torna ogni anno per confermare la stessa mappa. Ogni edizione ne disegna una nuova.
E quando il gruppo è già lontano, quella mappa può diventare l’inizio di un altro viaggio.



