Dove i ciclisti pedalano sui passi dei fuggitivi del 1209
C’è una cosa che nessuno dice quando le telecamere inquadrano il plotone del Tour de France che lascia Carcassonne il mattino del 7 luglio. Ottocento anni prima, quasi esattamente in quegli stessi giorni di agosto, migliaia di persone uscivano dalle stesse mura in direzione opposta: verso est, verso nord, verso qualunque posto che non fosse raggiungibile dall’esercito di Simone di Montfort.
Era il 15 agosto 1209. Carcassonne era appena capitolata. Il visconte Raimondo Ruggero di Trencavel era andato a trattare personalmente con i crociati e non era più tornato. L’avrebbero trovato morto in carcere tre mesi dopo, a ventiquattro anni. Gli abitanti della città erano stati lasciati andare, ma senza niente: completamente nudi, secondo il monaco Pietro di Vaux de Cernay che era lì a guardare, o almeno in braghe, secondo fonti più clementi.
Una città intera svuotata. La Crociata Albigese aveva trovato la sua prima grande vittoria.
I corridori del Tour de France impiegheranno circa cinque ore a percorrere la tappa Carcassonne-Foix, 182 chilometri tra colline, vigneti e le prime strade dell’Ariège.
I fuggitivi del 1209 ci mettevano giorni, settimane. Ma il territorio è lo stesso. Le pietre sono le stesse. E le domande che questo paesaggio pone a chi sa leggerlo non sono cambiate da oltre ottocento anni.
Se vuoi entrare in quelle pietre prima che il Tour passi a portarle via, una visita guidata alla città medievale di Carcassonne, con accesso al Château Comtal e alle mura, è il modo più diretto per capire da dove parte questa storia.
PRIMA DELLA CROCIATA ALBIGESE: CHI ERANO DAVVERO I CATARI
Per capire cosa accadde in questa terra, bisogna prima capire chi erano le persone che finirono sui roghi.
Una fede cristiana scomoda
I Catari – dal greco katharos, puro – erano cristiani. Non una setta esotica, non una religione importata dall’Oriente come spesso si semplifica. Erano cristiani che leggevano il Vangelo e ne traevano conclusioni scomode: che la Chiesa di Roma, con i suoi tesori, i suoi vescovi-feudatari, le sue guerre, aveva poco a che fare con il Cristo povero e itinerante dei testi originali. Che il mondo materiale fosse corrotto – opera di un Dio malvagio, il Demiurgo gnostico – e che lo spirito dovesse liberarsi dalla materia attraverso una vita di rigore e purezza. Che i sacramenti amministrati da preti indegni non valessero nulla.
Chi erano i perfecti
Erano, in una parola, il peggiore incubo della Chiesa medievale: non perché fossero violenti o pericolosi, ma perché erano coerenti. I perfecti – i catari ordinati, la casta più alta – non mangiavano carne, non bevevano vino, non toccavano denaro, non mentivano, non giuravano, non facevano la guerra. Predicavano per le strade, curavano i malati, vivevano in povertà assoluta. Di fronte a un vescovo cattolico che cavalcava tra scorte armate e riscuoteva tasse, la gente guardava i perfecti e capiva subito chi somigliava di più a Gesù.
In Occitania il catarismo si diffuse nel corso del XII secolo con una velocità che Roma non aveva saputo arginare.
Non era una fede dei marginali: conti, dame, artigiani, commercianti: tutti erano diventati credenti o simpatizzanti. La moglie del Conte di Foix era una perfecta. Sua sorella Esclarmonda era una delle figure più rispettate del movimento. L’intera aristocrazia del Sud aveva smesso, nei fatti, di considerare l’eresia un problema.
Poi, il 14 gennaio 1208, qualcuno (probabilmente un servo del Conte di Tolosa, in una disputa di confine) uccise il legato papale Pietro di Castelnau mentre attraversava il Rodano. E Innocenzo III ebbe il pretesto che aspettava.
LA CROCIATA ALBIGESE: QUANDO I CRISTIANI FECERO LA GUERRA AD ALTRI CRISTIANI

Quello che accadde nell’estate del 1209 fu, secondo molti storici,, uno degli episodi più violenti della Crociata Albigese. Non una guerra contro i musulmani, non una crociata in Terra Santa: una guerra di cristiani contro altri cristiani, sul suolo della Francia.
Il massacro di Béziers
Il 22 luglio 1209, l’esercito crociato – alcune decine di migliaia di uomini scesi dal nord della Francia, mossi da una combinazione di fervore religioso, sete di bottino e desiderio di conquistare le ricche terre del Sud – arrivò sotto le mura di Béziers. La città aveva solide difese e avrebbe potuto resistere settimane. Invece cadde in poche ore, perché alcuni suoi abitanti aprirono imprudentemente una porta per tentare una sortita.
I crociati entrarono. Non fecero distinzioni tra catari e cattolici, tra eretici e fedeli. La cattedrale di Saint-Nazaire era piena di persone che avevano cercato rifugio in un luogo sacro: li bruciarono dentro. Le cronache parlano di ventimila morti in un solo giorno. Il legato papale Arnaldo Amaury scrisse al Papa: “I nostri, non risparmiando rango, sesso o età, hanno fatto morire di spada ventimila persone. La vendetta divina ha fatto meraviglie”.
La leggenda gli attribuisce anche una risposta a un soldato che chiedeva come distinguere gli eretici dai fedeli in mezzo alla folla: “Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi”. Gli storici dubitano che la frase sia stata pronunciata esattamente così. Ma che riassuma perfettamente lo spirito dell’operazione, nessuno lo mette in dubbio.

La caduta di Carcassonne
La notizia di Béziers si diffuse in tutta la Linguadoca con alla velocità della paura. Molte città si arresero senza combattere. Carcassonne – più grande, meglio difesa, affollatissima di rifugiati – resistette tre settimane, finché i crociati tagliarono le riserve d’acqua. Il 15 agosto, Raimondo Ruggero di Trencavel uscì a trattare. Non tornò più.
⇒Se vuoi ripercorrere la storia di Carcassonne durante la Crociata Albigese e capire cosa successe davvero dentro quelle mura prima della crociata, abbiamo dedicato un articolo completo alla città e alla sua caduta nel 1209
IL CONTE DI FOIX E LA RESISTENZA OCCITANA CONTRO LA CROCIATA ALBIGESE

Mentre Carcassonne cadeva e il Sud si sgretolava sotto i colpi di Simone di Montfort, c’era un posto che non si arrese.
Il Castello di Foix, oggi uno dei monumenti medievali più visitati dell’Ariège, non fu mai preso. Non perché fosse inespugnabile – anche se le tre torri, ancora oggi perfettamente conservate, danno l’idea di qualcosa di difficilmente scalabile – ma perché il Conte di Foix, Raimondo Ruggero (omonimo del visconte di Carcassonne, ma persona diversa), era uno dei signori più abili e determinati dell’intera crociata.
La sua posizione era complicata. Sua moglie Philippa era una perfecta catara. Anche la sorella Esclarmonda di Foix era una delle figure spirituali più rispettate del movimento. La figliastra – la storia registra il fatto con quella crudeltà burocratica tipica dei documenti medievali – sarebbe stata riesumata e bruciata postuma dall’Inquisizione nel 1269, decenni dopo la sua morte naturale, perché le sue ossa fossero distrutte insieme alla memoria della sua fede.
Eppure il Conte di Foix non era cataro. Era un signore feudale, pragmatico e crudele quando necessario, che difendeva i suoi sudditi e la sua indipendenza da chiunque cercasse di togliergliele – che fosse il Papa, il Re di Francia o Simone di Montfort. Avendo capito molto rapidamente che la crociata era in larga parte un pretesto della nobiltà del nord per impossessarsi delle terre del sud, scelse di combatterla.
Trent’anni di resistenza
Combatté per trent’anni.
Foix resistette a tutti gli assedi, anche a quello di Montfort nel 1211, che si ritirò senza aver preso nulla.
Il castello divenne rifugio per i perseguitati, porto sicuro per i perfecti in fuga, simbolo di quella fieramente indipendente Occitania che non voleva essere inglobata nel regno di Francia.
Non era eroismo disinteressato. Era politica, calcolo, sopravvivenza. Ma il risultato fu lo stesso: per decenni, finché fu possibile, Foix significò speranza.
Oggi il Castello di Foix è una delle visite più interessanti dell’Ariège e conserva ancora le tre torri che ne fecero uno dei simboli della resistenza occitana.
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DA CARCASSONNE A FOIX: COSA VEDERE LUNGO LA TAPPA DEL TOUR
I corridori del Tour passano oltre. Noi no. Possiamo fermarci, scendere dalla macchina, alzare gli occhi verso una torre in cima a una collina o entrare in una piazza medievale rimasta quasi identica a ottocento anni fa. Tra Carcassonne e Foix si attraversa il cuore del Pays Cathare, una terra dove ogni deviazione racconta un pezzo della storia dei Catari e dell’Occitania medievale.
Mirepoix: il borgo medievale del Pays Cathare

Mirepoix è il primo posto dove scendere dalla macchina. Si trova a circa 50 km da Carcassonne e 30 da Foix, e quando ci arrivi per la prima volta hai la sensazione inequivocabile di essere entrati in un libro di fiabe medievali.
La piazza centrale è circondata da case a graticcio del XIV e XV secolo poggiate su gallerie di legno coperte – le couverts – che proteggono ancora oggi negozi, caffè e botteghe artigiane. La Maison des Consuls ha la facciata interamente decorata con teste scolpite nel legno: demoni, animali, volti grotteschi che fissano i passanti da ottocento anni. La cattedrale di Saint-Maurice, con la sua navata unica larga 22 metri, è tra le più grandi d’Europa per questa tipologia.
Mirepoix fu presa da Simone di Montfort nel 1209 e donata al suo fedele Guy de Lévis, lo stesso che fondò la potente famiglia dei Lévis-Mirepoix.
La città che vedi oggi fu ricostruita su un nuovo sito dopo una violenta alluvione del 1289 che distrusse l’abitato originale. Una curiosità gastronomica che vale raccontare: il mirepoix – il soffritto di carote, cipolle e sedano che è base della cucina francese – prende il nome da questa cittadina, per opera del duca di Lévis-Mirepoix nel XVIII secolo.
Puivert: il castello dei trovatori

A una ventina di chilometri da Mirepoix, seguendo la D117 verso sud-ovest, Puivert è uno di quei posti che i tour operator non hanno ancora scoperto… e speriamo rimanga così a lungo.
Il castello di Puivert, arroccato su una collina boscosa con il lago artificiale ai piedi, ha una storia che lo distingue nettamente dagli altri castelli catari della zona: non era una fortezza militare, ma una corte aristocratica raffinata, sede di una delle ultime grandi tradizioni trobadoriche dell’Occitania.
Nella sala dei Musicisti – ancora visitabile – i capitelli scolpiti ritraggono suonatori con i loro strumenti: un liuto, una cornamusa, una ghironda.
Mentre Montségur bruciava e la cultura occitana veniva sistematicamente distrutta, qui si suonava. Il castello fu preso da Simone di Montfort nel 1210 in soli tre giorni: poca resistenza, probabilmente perché i suoi signori avevano scelto la diplomazia piuttosto che il martirio.
È quella scelta che lo ha salvato, e che ci permette ancora oggi di salire fino alle sue torri e guardare il lago e la foresta con la stessa prospettiva di chi, ottocento anni fa, ascoltava i trovatori cantare in una lingua che stava per essere cancellata dalla storia.
Roquefixade: le rovine della resistenza catara

Roquefixade è qualche chilometro più avanti verso Foix, su un promontorio che domina la vallata. Del castello rimangono solo le rovine, ma la posizione è una di quelle che valgono il viaggio da sole. La fortezza occupa una cresta calcarea stretta e allungata, sospesa sopra i boschi e le campagne dell’Ariège, con una vista che nelle giornate limpide arriva fino ai Pirenei.
La sua storia è strettamente legata a quella della resistenza catara. Nel XIII secolo il castello divenne uno dei rifugi per i perseguitati durante la Crociata Albigese e uno dei punti di appoggio della rete di fortezze che cercò di opporsi all’avanzata di Simone di Montfort. Non raggiunse mai la fama di Montségur, ma condivise lo stesso destino di frontiera e di resistenza.
Oggi la salita richiede circa trenta minuti di cammino dal villaggio. Non si trovano grandi ricostruzioni né musei interattivi: solo mura spezzate, vento e panorama. Ed è forse proprio questo il suo fascino. A differenza di altri siti catari più celebri, qui il senso di isolamento è rimasto quasi intatto.
Il villaggio ai piedi della rupe sembra vivere nello stesso ritmo lento della montagna: poche decine di case, un bar, qualche sentiero che si perde nei boschi e quel silenzio tipico dei Pirenei che rende facile immaginare cosa significasse cercare rifugio quassù ottocento anni fa.
Montségur: l’ultima fortezza catara

Montségur merita una deviazione di circa venti chilometri rispetto al percorso diretto, ma è una deviazione che cambia il viaggio. Il castello si vede da lontano: un pinnacolo di roccia a 1.207 metri di altitudine con le rovine in cima, raggiungibili in circa quaranta minuti di cammino.
L’arrivo lassù, con la vista che si apre sui Pirenei in ogni direzione, è uno di quei momenti in cui paesaggio e storia smettono di essere cose separate.
Dopo la resa dei conti di Foix nel 1229 e la fine formale della crociata, i catari rimasti si concentrarono progressivamente a Montségur, che divenne l’ultima grande comunità catara organizzata dell’Occitania. Per anni vissero lassù, predicando, scrivendo, cercando di sopravvivere a un mondo che voleva eliminarli.
L’assedio e il rogo del 1244
Nel maggio del 1243 l’esercito reale francese cominciò l’assedio. Durò dieci mesi. I difensori – poche centinaia di persone tra soldati, perfecti e civili – resistettero su quel pinnacolo di roccia attraverso l’inverno pirenaico, con rifornimenti sempre più scarsi, con la certezza crescente che non ci sarebbe stato soccorso. In marzo capitolarono.
Le condizioni della resa erano chiare: chi abiurava la fede catara aveva salva la vita. Chi non abiurava veniva bruciato.
La mattina del 16 marzo 1244, nessuno dei più di duecento catari presenti nel castello scelse di abiurare.
Scesero dal castello dignitosamente, uno dopo l’altro, per quello che molti cronisti descrivono come un corteo quasi sereno. Persone che avevano scelto come morire e non erano in pace con la scelta, ma con se stesse.
In una radura ai piedi della montagna c’era già pronto il rogo. Quel luogo si chiama ancora oggi le champ des cremats, il campo dei cremati.
Duecento persone. In un giorno. Per non aver detto una parola che non credevano vera.
La notte prima, quattro catari erano fuggiti dal castello portando via qualcosa. Che cosa?
I cronisti non lo dicono chiaramente. Da qui è nata la leggenda del tesoro cataro, del Santo Graal nascosto tra le rocce dei Pirenei, di segreti che la Chiesa non voleva che si sapessero.
La leggenda è indimostrabile e probabilmente falsa nei dettagli. Ma dice qualcosa di vero sul fatto che, quando una comunità viene distrutta, qualcosa di essa cerca sempre di sopravvivere. Nelle memorie, nelle storie, nei libri nascosti nelle pareti.
⇒ Montségur: accesso libero al sito archeologico. Il castello si raggiunge con 40-50 minuti di cammino su sentiero segnalato. Sul sito ufficiale trovi i biglietti per il castello e il museo del villaggio.
Foix: il castello che non fu mai preso

Foix è la destinazione finale della tappa e il suo castello domina ancora la città con le stesse tre torri che osservavano queste vallate nel Medioevo.
Da lontano appare esattamente come dovrebbe apparire una fortezza costruita per resistere: arroccata su uno sperone di roccia alla confluenza dell’Ariège e dell’Arget.
I corridori del Tour arrivano a Foix dopo cinque ore di bici, stanchi, con le gambe bruciate dall’ultima salita. La città appare da lontano esattamente com’è sempre apparsa: dominata dalle tre torri del Castello di Foix, che si stagliano sul cielo sopra la confluenza dell’Ariège e dell’Arget.
Chi visita la città può invece salire fino alle mura e scoprire una delle storie più affascinanti della resistenza occitana.
Visitare il castello
Salire al Castello di Foix – venti minuti a piedi dal centro città, passando per stradine medievali ancora integre – è un’esperienza fisicamente semplice e mentalmente stratificata.
Le tre torri sono in piedi esattamente come nel XIII secolo: la torre quadrata più antica (XI-XII secolo), la seconda torre quadrata (XII-XIV secolo), e la torre circolare aggiunta nel XV secolo quando i conti avevano già smesso di abitarci. Le mura sono solide, i merli intatti, il panorama dalla sommità – i Pirenei da un lato, la pianura dell’Ariège dall’altro – è quello stesso panorama che Gaston Fébus, il più famoso dei conti di Foix, amava descrivere nei suoi scritti del XIV secolo.
Il museo del catarismo
Il museo all’interno è uno dei più riusciti della regione: interattivo senza essere kitsch, storicamente rigoroso senza essere polveroso. Racconta la storia della Contea di Foix con quegli strumenti che rendono il medioevo comprensibile senza banalizzarlo: video, ricostruzioni, oggetti originali. C’è una sezione sul catarismo che non cede né alla demonizzazione né alla mitizzazione romantica, ma racconta la storia così com’è: complessa, violenta, irrisolta.
Una cosa vale la pena cercare, nella visita: la sezione dedicata ai conti di Foix e alle loro famiglie. Lì si incontra la storia di Esclarmonda di Foix, sorella del conte, perfecta catara, figura quasi mitica nella tradizione occitana. E si incontra la nota secca dell’Inquisizione del 1269: i suoi resti riesumati e bruciati postumi, perché l’eresia non aveva prescrizione nemmeno nella morte.
Il castello di Foix non fu mai preso. Questa è la storia che ci tiene a dirti, con i suoi muri ancora in piedi.
⇒ Visita al castello di Foix: orari, biglietti e prezzi sul sito ufficiale. Prevedi almeno due ore per la visita completa.
QUANDO ANDARE
La primavera e l’autunno sono le stagioni in cui questo territorio dà il meglio di sé. In aprile e maggio i prati dell’Ariège sono ancora verdi, i castelli catari quasi deserti e l’aria dei Pirenei conserva quella freschezza che precede l’estate. A settembre e ottobre, invece, i boschi si tingono di ocra e ruggine, la luce si fa più morbida e le strade invitano a rallentare.
Vale la pena ricordare che questo non è Carcassonne. Il Pays Cathare più autentico – Montségur, Roquefixade, Mirepoix e Puivert – non ha mai conosciuto i grandi numeri del turismo di massa. Anche in pieno agosto è ancora possibile trovare sentieri poco frequentati, piazze silenziose e castelli dove il vento è spesso più presente dei visitatori. È uno dei rari territori della Francia meridionale che ha conservato un equilibrio tra notorietà e tranquillità.
Luglio, però, merita un discorso a parte. Quando il Tour de France attraversa queste vallate – come accadrà il 7 luglio 2026 con la tappa Carcassonne-Foix – il paesaggio cambia volto per qualche ora. Le strade si riempiono di appassionati, i borghi si colorano di bandiere e l’intera regione entra nel ritmo della corsa.
Ma qui il Tour aggiunge qualcosa di più. I corridori pedalano tra luoghi che raccontano la storia dei Catari, la Crociata Albigese e la lunga resistenza dell’Occitania medievale. Per questo assistere a una tappa del Tour in questa parte di Francia non è come vederla altrove: mentre il gruppo corre verso Foix, attorno alla strada restano ottocento anni di storia che continuano a dare significato al paesaggio.
Chi ha un giorno in più può percorrere quelle stesse colline a vite al ritmo opposto rispetto al plotone: in sella a un Solex tra i vigneti del Languedoc, con sosta in cantina, è uno di quei modi di viaggiare che Paroleingiro capisce meglio di qualsiasi altro.
LA TAPPA DEL TOUR DE FRANCE CARCASSONNE-FOIX: QUELLO CHE LE TELECAMERE NON INQUADRANO
Alla fine, la tappa Carcassonne-Foix non è soltanto una frazione del Tour de France.
È un viaggio attraverso una parte di Francia che conserva ancora le tracce di ciò che è stata. Le mura di Carcassonne, le case a graticcio di Mirepoix, le rovine di Roquefixade, la rupe di Montségur, le torri di Foix: ogni luogo racconta un capitolo diverso della stessa storia, quella dell’Occitania medievale e della lunga vicenda dei Catari.
Il Tour attraverserà tutto questo in poche ore. Chi viaggia senza cronometro può invece fermarsi, salire ai castelli, percorrere le strade secondarie, osservare il paesaggio e scoprire che la memoria di questi eventi non è rimasta chiusa nei libri. È ancora visibile nelle pietre, nei nomi dei luoghi e nelle fortezze che dominano le vallate.
Cinque ore in bici. Ottocento anni di storia. Lo stesso paesaggio.
UN LIBRO NELLO ZAINO
Il Pays Cathare è uno di quei territori che continuano a vivere anche dopo il viaggio. Si attraversano castelli, villaggi e sentieri, ma spesso si torna a casa con la sensazione di aver sfiorato soltanto la superficie di una storia molto più grande. Per questo vale la pena portare qualche libro nello zaino o aprirlo la sera, quando i luoghi del giorno si sedimentano e chiedono di essere capiti.
I quattro che consiglio sono molto diversi tra loro, ma hanno una cosa in comune: ciascuno restituisce questo territorio in modo che nessun altro riesce a fare.
I codici del labirinto di Kate Mosse è la scelta ideale per chi ama le storie avventurose e vuole immergersi nell’atmosfera di Carcassonne e della terra catara attraverso una narrazione coinvolgente, fatta di misteri, segreti e salti temporali tra presente e Medioevo. È il libro perfetto da leggere durante il viaggio, magari la sera dopo una giornata passata tra castelli e borghi medievali.
Montaillou, invece, è un classico della storiografia. Attraverso i verbali dell’Inquisizione, Emmanuel Le Roy Ladurie ricostruisce la vita quotidiana di un piccolo villaggio occitano del XIV secolo con un livello di dettaglio sorprendente. Dopo averlo letto, le montagne dell’Ariège, i sentieri e i villaggi che si incontrano lungo la strada sembrano improvvisamente popolati da persone reali, con le loro paure, le loro credenze e le loro contraddizioni.
L’assedio di Montségur di Zoé Oldenbourg occupa una posizione intermedia tra storia e letteratura. È probabilmente uno dei romanzi più efficaci per comprendere il dramma della Crociata Albigese e la fine del mondo cataro. Lo consiglio a chi, arrivato ai piedi di Montségur, vuole capire non solo cosa accadde, ma anche perché quella vicenda continua ancora oggi a esercitare un fascino così potente.
I catari. Dai roghi di Colonia all’eccidio di Montségur di Paolo Lopane, è il saggio da portare se si vuole capire l’intera vicenda dall’inizio alla fine: non solo la crociata occitana, ma le radici orientali del movimento, la diffusione in tutta Europa, la risposta di Roma. Lopane è storico medievale specializzato in storia dell’Inquisizione: niente esoterismo, niente Graal, solo i documenti. Il libro più completo disponibile in italiano sull’argomento.
Quattro libri, quattro modi di stare in questo territorio: uno per lasciarsi trasportare dalla storia, uno per capire la vita vera dell’Occitania medievale, uno per entrare nel cuore della tragedia catara, uno per avere finalmente il quadro completo. Si può scegliere da dove cominciare, l’importante è non partire a mani vuote.
Li trovi con descrizioni più approfondite e link utili nella pagina dedicata
COME ARRIVARE A FOIX
Foix non è una destinazione che si raggiunge per caso. Vi si arriva perché si è scelto di farlo. E questa è già una buona premessa per un viaggio.
Non è servita da un aeroporto, non è su una grande arteria autostradale, non ha una stazione dell’alta velocità. È una città di provincia nel cuore dell’Ariège, e si tratta con gli strumenti giusti.
In aereo
L’aeroporto più vicino e comodo è quello di Tolosa-Blagnac, collegato con le principali città europee e con diversi scali italiani.
Da Roma, Milano e Venezia ci sono voli diretti operati da varie compagnie, incluse le low cost.
Da Tolosa, Foix è a meno di un’ora e mezza con qualsiasi mezzo.
In alternativa, l’aeroporto di Carcassonne-Salvaza – più piccolo ma ben collegato con le compagnie low cost da molte città europee – è un’ottima opzione se si vuole partire direttamente dal cuore del Pays Cathare.
Da Carcassonne a Foix sono circa 80 km.
In treno
La soluzione più comoda se arrivi a Tolosa.
Da Tolosa Matabiau c’è una linea diretta per Foix con treni regionali TER, percorso di circa 1 ora e 20 minuti, con corse regolari durante la giornata. Il treno è rilassante, costeggia l’Ariège per buona parte del tragitto e arriva direttamente nel centro della città.
Da Carcassonne non c’è un collegamento diretto con Foix. Occorre cambiare a Tolosa, il che rende l’auto la scelta più pratica per chi parte da lì.
In auto
Da Tolosa, Foix è a 80 km sull’A66, autostrada a pedaggio che taglia dritto verso i Pirenei, meno di un’ora di guida in condizioni normali.
Da Carcassonne si percorre la D118 fino a Limoux e poi la D117 verso est: circa 80 km su una strada dipartimentale che attraversa il cuore del Pays Cathare, con paesaggi che già valgono il viaggio.
Chi viene dall’Italia può scendere attraverso il valico del Fréjus o del Monginevro, raggiungere Tolosa in mezza giornata e poi proseguire verso Foix.
⇒ Una nota pratica: esplorare il Pays Cathare in autonomia richiede un’auto, perché i castelli catari, Mirepoix, Montségur e i borghi minori non sono raggiungibili con i mezzi pubblici. Sia all’aeroporto di Tolosa-Blagnac che a quello di Carcassonne-Salvaza e alla stazione di Tolosa Matabiau trovi possibilità di noleggio. Prenotare in anticipo conviene, soprattutto in estate.
Mirepoix
Chi vuole fermarsi a metà strada – e ne vale assolutamente la pena – troverà Mirepoix a circa 30 minuti sia da Carcassonne che da Foix, facilmente raggiungibile in auto dalla D119. Non è servita dal treno in modo pratico, quindi l’auto rimane il mezzo migliore per includerla nell’itinerario.
MAPPA INTERATTIVA
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