Il Giro dell’Emilia la attraversa in pochi minuti, tra saliscendi e discese verso Bologna. Ma fuori dall’inquadratura, la Val di Zena conserva una storia molto più lunga della corsa: rocce che sembrano animali, fossili, una balena riaffiorata dalla terra e una montagna dove ogni settembre arrivano le formiche alate.
Quando il gruppo del Giro dell’Emilia entra nella Val di Zena, la valle diventa per qualche minuto una porzione del grande racconto della corsa. Le biciclette scivolano veloci tra saliscendi e discese, le ammiraglie seguono a poca distanza, le radioline si riempiono di voci concitate e la strada, per un breve tratto, sembra diventare il centro del mondo del ciclismo. Poi il gruppo prosegue verso Bologna, verso le ultime difficoltà prima di affrontare le cinque ascese verso il santuario della Madonna di San Luca. Poi tutto torna al proprio ritmo.
Dalla televisione, però, è facile vedere la valle soltanto come una porzione di strada compresa fra una salita e l’altra. Una sequenza di curve, un tratto di trasferimento, qualche secondo di paesaggio prima che la telecamera torni sui corridori.
Eppure è proprio qui che comincia un’altra storia.
Per accorgersene bisogna soltanto rallentare. A Tazzola, dentro un’antica stalla, sono conservate pietre dalle forme così particolari da sembrare animali o figure umane. A Gorgognano, in un campo che oggi appare come uno dei tanti lembi verdi dell’Appennino bolognese, nel 1965 emersero dalla terra i resti quasi completi di una balenottera lunga circa nove metri. E sul vicino Monte delle Formiche, all’inizio di settembre, migliaia di formiche alate raggiungono la vetta per il loro volo nuziale, un fenomeno naturale osservato e raccontato da secoli.
A prima vista sono storie che non sembrano avere molto in comune, ma, nella Val di Zena, finiscono per ricomporsi nello stesso paesaggio.
Perché prima dei boschi, delle strade, dei castelli e delle case, qui c’era il mare.
Ed è questa la Val di Zena che il Giro dell’Emilia attraversa senza poterla raccontare.
Una valle che può apparire appartata e silenziosa, ma che sotto la superficie del paesaggio contemporaneo conserva un tempo profondissimo: quello delle rocce, degli antichi mari e degli animali che li abitavano, seguito molto più tardi dalle vicende degli uomini, dalle loro esplorazioni, dalle loro devozioni e dalle loro leggende.
Per questo vale la pena fermarsi proprio dove la corsa, invece, non può farlo.
LA VALLE CHE LA CORSA ATTRAVERSA SENZA POTERLA RACCONTARE

Il Giro dell’Emilia ha con il territorio un rapporto particolare. La corsa cambia spesso il proprio punto di partenza, attraversa città, campagne e colline e, dopo essersi lasciata alle spalle la pianura, torna verso Bologna per raggiungere il luogo che da anni ne rappresenta il finale più riconoscibile: San Luca. Ma proprio perché è una corsa, il suo rapporto con i luoghi è necessariamente veloce. Le biciclette devono avanzare, il gruppo deve inseguire, le squadre devono controllare la gara. Non c’è tempo per fermarsi davanti a una formazione rocciosa, entrare in un piccolo museo o seguire una traccia fossile emersa da un campo.
La Val di Zena diventa così quasi un paradosso: è dentro il percorso del Giro dell’Emilia, ma rimane in gran parte fuori dal racconto della corsa.
Per i corridori è un tratto nel quale ogni curva richiede attenzione e ogni salita contribuisce ad accumulare quella fatica che, poco dopo, dovrà essere spesa sulle cinque ascese di San Luca. Per chi guarda la corsa dal bordo della strada, invece, la valle può apparire soltanto come una successione di curve, boschi, case sparse e pendii che scorrono rapidamente davanti agli occhi.
È proprio questa apparente normalità a renderla interessante.
La Val di Zena non annuncia in modo evidente ciò che custodisce. Non c’è un grande monumento capace di concentrare in un solo punto la storia del territorio, né un centro monumentale che permetta di comprenderlo con una semplice passeggiata. Le tracce sono più discrete e richiedono un tempo diverso da quello della gara: bisogna rallentare, osservare, qualche volta anche sapere dove cercare.
Bisogna lasciare per un momento la strada della corsa e seguire una traccia laterale, fino a Tazzola. È qui, dentro un’antica stalla trasformata in luogo di memoria e di ricerca, che la Val di Zena comincia a raccontare la propria storia più profonda attraverso qualcosa di apparentemente semplice: delle pietre.
A TAZZOLA, DOVE LE PIETRE SEMBRANO AVERE UN VOLTO

Tazzola è una piccola frazione di Pianoro, ai piedi del Monte delle Formiche, e arrivandoci non c’è nulla che faccia pensare di essere davanti a uno dei luoghi più singolari della Val di Zena. Il paesaggio conserva ancora un carattere rurale e, dentro una vecchia stalla, lontano dall’immagine dei grandi musei cittadini, è custodita una collezione capace di cambiare completamente il modo in cui si guarda questa valle.
È il Museo dei Botroidi di Luigi Fantini, un luogo nel quale geologia, fossili, zoologia e storia locale si incontrano attraverso i materiali raccolti nel territorio. L’edificio mantiene l’aspetto semplice di una costruzione rurale, quasi a ricordare che ciò che viene raccontato qui non è arrivato da lontano: è stato trovato proprio sulle montagne e lungo il torrente Zena.
Anche il nome del museo contiene già una piccola storia.
I botroidi sono concrezioni di sabbia cementata che, nel corso dei processi naturali, possono assumere forme insolite, talvolta capaci di ricordare un animale, un volto o una figura umana. Non sono sculture e non sono stati modellati dall’uomo, ma il loro aspetto può essere così suggestivo da spingere chi li osserva a cercare una forma riconoscibile nella materia.
Luigi Fantini ne raccolse numerosi lungo lo Zena e nel territorio circostante, fino a costruire una collezione che oggi rappresenta una delle testimonianze più particolari della geologia locale. Il museo conserva oltre duecento campioni raccolti da Fantini nel letto del torrente, insieme ad altri materiali che aiutano a ricostruire la complessa storia naturale della valle.
La Terra smette così di essere soltanto ciò che sta sotto i nostri piedi e diventa qualcosa che possiamo incontrare attraverso la materia.
È forse questa la caratteristica più interessante del Museo dei Botroidi. Non propone soltanto una raccolta di oggetti curiosi, ma permette di avvicinarsi al territorio attraverso ciò che il territorio stesso ha prodotto. Gessi, arenarie, fossili, sabbie gialle plioceniche e altri materiali raccontano trasformazioni avvenute in tempi così lontani da essere difficili da immaginare quando si osservano semplicemente le colline della Val di Zena.
Le fonti del Parco Museale descrivono questo percorso come un viaggio attraverso circa 80 milioni di anni di storia della Terra, concentrato in uno spazio sorprendentemente piccolo.
È una delle contraddizioni più affascinanti di Tazzola: per attraversare un tempo che misura milioni di anni non occorre spostarsi per migliaia di chilometri. Bastano pochi passi tra le pietre raccolte da un uomo che ha passato la vita a cercare le tracce nascoste del territorio.
La geologia che si può toccare

C’è anche una dimensione profondamente sensoriale nel modo in cui questo piccolo museo permette di avvicinarsi alla Val di Zena. La conoscenza non arriva soltanto attraverso una spiegazione o una didascalia, ma attraverso la presenza fisica della materia. Il colore delle rocce, la loro superficie, il peso, le differenze tra una formazione e l’altra diventano parte del racconto e rendono concreta una storia che, altrimenti, rischierebbe di rimanere astratta.
È un modo di conoscere il paesaggio che parte dalla percezione prima ancora di arrivare alla spiegazione. Si può osservare una forma e riconoscervi un animale; si può accarezzare una superficie e percepirne la ruvidità; si può prendere in mano una pietra e rendersi conto che quella materia apparentemente comune appartiene a una storia molto più lunga di quella umana.
Poi arriva la conoscenza, e ciò che sembrava soltanto una forma curiosa acquista un significato diverso.
Il viaggio comincia dalla percezione e, soltanto dopo, diventa conoscenza.
Luigi Fantini, l’uomo che imparava a guardare

Per comprendere fino in fondo il significato del museo, però, bisogna incontrare anche l’uomo il cui nome è rimasto legato alla collezione. Luigi Fantini non fu semplicemente il raccoglitore dei botroidi. Fu una delle figure che più contribuirono a costruire la memoria naturalistica, speleologica e paesaggistica della montagna bolognese.
Esploratore, speleologo, geologo autodidatta, fotografo e studioso del territorio, dedicò gran parte della propria vita a osservare ciò che gli altri rischiavano di non vedere. Le grotte furono una parte importante delle sue esplorazioni, ma il suo interesse andava molto oltre il sottosuolo. Fantini fotografò per decenni gli antichi edifici della montagna bolognese, raccogliendo immagini di case, oratori, torri, castelli e architetture rurali che in molti casi sarebbero poi stati modificati, abbandonati o cancellati dal tempo.
Il suo lavoro fotografico, iniziato nel 1939, sarebbe confluito molti anni dopo nella pubblicazione Antichi edifici della montagna bolognese, diventando una testimonianza preziosa di un paesaggio umano che rischiava di scomparire.
È proprio questa capacità di osservare ciò che normalmente rimane ai margini a rendere Fantini particolarmente adatto a raccontare la Val di Zena.
Non cercava soltanto ciò che era spettacolare o immediatamente riconoscibile. Cercava le tracce.
Una grotta poteva diventare una pagina di storia naturale; una casa apparentemente anonima poteva conservare la memoria di una comunità; una roccia dalla forma insolita poteva aprire una finestra sulla geologia della valle. Ogni elemento, anche il più piccolo, poteva acquistare significato quando veniva osservato nel contesto del territorio.
A Tazzola, questa eredità è ancora evidente.
Il Museo dei Botroidi non conserva semplicemente una collezione di pietre dalle forme curiose. Conserva un modo di guardare il paesaggio, quello stesso sguardo paziente che permette di capire che una valle non è mai soltanto ciò che appare in superficie.
E forse è proprio questo il primo insegnamento che la Val di Zena offre a chi decide di percorrerla più lentamente: per scoprire ciò che un territorio custodisce, qualche volta, bisogna prima imparare a guardare ciò che normalmente passiamo oltre.
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QUANDO QUI C’ERA IL MARE

A questo punto la Val di Zena compie uno dei suoi rovesciamenti più sorprendenti. Dopo aver guardato le pietre di Tazzola e aver provato a riconoscere nei botroidi forme di animali e volti umani, viene naturale chiedersi da dove arrivi quella materia e quale storia conservi.
Per trovare la risposta bisogna smettere, almeno per un momento, di guardare il paesaggio come appare oggi.
Bisogna immaginare il mare.
Le colline bolognesi non sono sempre state colline. La loro forma attuale è il risultato di una storia geologica molto lunga, fatta di sollevamenti, erosione, sedimenti e trasformazioni che hanno modificato più volte l’ambiente. Nella Val di Zena questa storia è particolarmente leggibile attraverso le rocce e i depositi che affiorano lungo la valle, dove le cosiddette “sabbie gialle” raccontano la presenza di antichi ambienti costieri.
È difficile rendersene conto mentre si percorre una strada dell’Appennino.
Davanti agli occhi ci sono boschi, campi, calanchi, case sparse e pendii che sembrano appartenere da sempre a questo paesaggio. Eppure quelle forme sono soltanto l’ultimo capitolo di una storia cominciata molto prima che esistessero la valle, le strade, i borghi e persino le montagne che oggi riconosciamo.
Anche i botroidi di Tazzola appartengono a questa storia. Sono concrezioni formatesi all’interno delle sabbie plioceniche di origine marina e diventate, attraverso processi naturali, quelle forme singolari che Luigi Fantini raccolse lungo il torrente Zena.
A questo punto la geologia smette di essere qualcosa che si studia soltanto osservando una roccia.
Diventa un modo per leggere il paesaggio.
Una curva della strada, un affioramento, il colore della terra o la forma di una collina possono essere indizi di un passato che non è scomparso del tutto: è rimasto scritto nella materia, anche se per accorgersene bisogna imparare a guardare con occhi diversi.
E proprio quando questa storia sembra appartenere soltanto alle rocce, la Val di Zena offre una delle sue sorprese più incredibili.
A Gorgognano, nel 1965, quella storia antichissima riemerse dal terreno nella forma più inattesa possibile.
Una balena.
I resti quasi completi di una balenottera lunga circa nove metri vennero trovati durante i lavori agricoli in un campo. Quell’animale aveva vissuto milioni di anni fa, quando questa parte dell’Appennino era ancora legata a un ambiente marino.
Improvvisamente, il mare, che fino a quel momento avevamo soltanto immaginato attraverso sabbie e rocce, acquista una forma precisa.
Aveva un corpo, una storia e aveva lasciato le proprie tracce proprio qui, sulle colline dove oggi passa il Giro dell’Emilia.
È questo il momento in cui la Val di Zena smette definitivamente di essere soltanto il paesaggio attraversato dalla corsa e diventa una sorta di libro aperto sulla storia della Terra. Prima le pietre, poi il mare, infine la balena: tre modi diversi per scoprire che ciò che vediamo oggi è soltanto la superficie di un territorio molto più antico.
E a Gorgognano quella storia è ancora visibile.
LA BALENA SULLE COLLINE DI BOLOGNA

La scoperta avvenne quasi per caso, come accade spesso con ciò che appartiene a un passato così lontano da sembrare ormai completamente scomparso.
Nel 1965 un contadino che stava lavorando un campo a Gorgognano si imbatté nei resti di un grande cetaceo. Sotto la terra che ogni giorno veniva lavorata per coltivare quel tratto di collina era rimasta nascosta una creatura vissuta milioni di anni prima.
Non era una leggenda locale e non era un’immagine simbolica.
Era una balena fossile.
I resti appartenevano a un esemplare lungo circa nove metri, vissuto nel Pliocene (era compresa tra circa 5,3 e 2,6 milioni di anni fa), quando questa parte dell’Appennino bolognese era ancora compresa nel cosiddetto Bacino Intrappenninico Bolognese, un antico ambiente marino circondato dalle terre che stavano progressivamente assumendo la forma dell’Appennino che conosciamo oggi.
Secondo le ricostruzioni delle fonti turistiche istituzionali, l’animale potrebbe essere arrivato lungo le coste di quel bacino dopo essersi spiaggiato in acque relativamente basse. Poi il tempo ha fatto il resto: il corpo è stato ricoperto dai sedimenti, il mare è scomparso, il paesaggio è cambiato e le generazioni degli uomini hanno continuato a vivere sopra quella storia senza sapere che fosse lì.
Fino a quel giorno del 1965.
La cosa più affascinante, in fondo, è che questa storia non ha bisogno di essere trasformata in una leggenda. La realtà è già abbastanza sorprendente: una balena sulle colline di Bologna.
I resti fossili sono oggi conservati al Museo Geologico Giovanni Capellini di Bologna, mentre nel luogo del ritrovamento è stata realizzata una grande installazione che raffigura il cetaceo, opera degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.
La balena ha così compiuto un viaggio singolare attraverso il tempo e lo spazio. Prima nuotava in un mare che oggi non esiste più; poi è rimasta sepolta per milioni di anni; infine è riemersa da un campo, tornando a essere parte della storia del paesaggio.
È difficile immaginare un’immagine più efficace per comprendere quanto sia profondo il rapporto fra un territorio e ciò che nasconde.
Ma Gorgognano conserva anche una memoria molto più vicina nel tempo, e forse proprio per questo ancora più difficile da percepire attraversando la valle.
Quando Gorgognano incontra Moby Dick
La storia della balena di Gorgognano ha però una connessione letteraria così particolare da meritare una deviazione.
Nel 2008 Carlo Sarti dedicò alla vicenda un articolo dal titolo Moby Dick ovvero della Balena di Gorgognano, nel quale mette in relazione il ritrovamento della balena fossile con il grande romanzo di Herman Melville. Il collegamento non è soltanto evocativo: Sarti ricorda che nel capitolo 104 di Moby Dick, intitolato proprio La balena fossile, Melville affronta il tema dei cetacei fossili e che nel capitolo successivo cita anche Ulisse Aldrovandi, il grande naturalista bolognese.
È una di quelle coincidenze che rendono un territorio ancora più interessante proprio perché non sono immediatamente visibili. La balena di Gorgognano appartiene alla paleontologia della Val di Zena; quella di Melville appartiene alla letteratura. Eppure, attraverso un libro scritto nell’Ottocento, finiscono per incontrarsi proprio qui, sulle colline bolognesi.
Anche la grande scultura realizzata nel luogo del ritrovamento sembra prolungare questa singolare storia: il cetaceo è rappresentato nelle sue dimensioni reali, circa nove metri, e oggi restituisce al paesaggio l’immagine dell’animale che per milioni di anni era rimasto nascosto sotto la terra.
Chi volesse seguire questa connessione più a fondo può leggere l’articolo Moby Dick ovvero della Balena di Gorgognano di Carlo Sarti: non è soltanto un approfondimento sulla scoperta paleontologica, ma una piccola porta che mette in comunicazione la Val di Zena, la storia naturale e uno dei romanzi più celebri della letteratura mondiale.
Ed è proprio da questa porta che, più avanti, possiamo entrare anche in Moby Dick. Non perché una balena fossile debba necessariamente condurre a un romanzo, ma perché una buona storia di viaggio diventa interessante quando continua a produrre connessioni anche dopo che abbiamo smesso di guardare la strada.
Gorgognano, il paese che la guerra ha cancellato

La balena non è l’unica memoria nascosta di Gorgognano.
Oggi Gorgognano non si presenta al visitatore come un borgo storico perfettamente conservato. Il piccolo abitato fu quasi completamente distrutto durante la Seconda guerra mondiale. Dell’antico paese rimangono soprattutto il cimitero e alcune tracce capaci di restituire, a chi si ferma a cercarle, l’immagine di una comunità che qui aveva costruito case, luoghi di culto e relazioni quotidiane.
Ed è proprio qui che il racconto della Val di Zena cambia ancora una volta prospettiva.
Fino a questo momento abbiamo seguito le tracce di un mondo scomparso milioni di anni fa. A Gorgognano incontriamo invece una memoria umana molto più recente, abbastanza vicina da poter essere ancora raccontata attraverso le persone e le testimonianze, ma abbastanza fragile da aver rischiato di scomparire insieme alle sue case.
La balena e Gorgognano appartengono dunque a epoche lontanissime, eppure finiscono per parlare della stessa cosa: la memoria di ciò che non vediamo più.
La balena racconta un mare che ha lasciato soltanto sedimenti e fossili.
Gorgognano racconta una comunità della quale il paesaggio conserva ormai soltanto frammenti.
In entrambi i casi, però, ciò che sembra perduto può tornare a essere leggibile. Basta una scoperta nel terreno, una fotografia, una rovina, un racconto tramandato o semplicemente qualcuno disposto a fermarsi davanti a ciò che resta.
È un atteggiamento che riporta inevitabilmente a Luigi Fantini.
Anche il suo lavoro nasceva, in fondo, dalla consapevolezza che il territorio non conserva soltanto ciò che è monumentale o immediatamente riconoscibile. Conserva soprattutto tracce, spesso piccole e apparentemente marginali, che rischiano di diventare invisibili se nessuno impara più a leggerle.
Ed è forse questo il filo più sottile che unisce Tazzola, la balena di Gorgognano e il paese scomparso: non sono semplicemente luoghi o reperti da visitare, ma frammenti di una storia che continua a esistere perché qualcuno ha scelto di guardarli.
La Val di Zena, ancora una volta, non mostra tutto ciò che possiede.
Bisogna fermarsi per scoprirlo.
IL MONTE DELLE FORMICHE E IL VOLO CHE DIVENTA LEGGENDA

Seguendo la Val di Zena verso il Monte delle Formiche, il racconto cambia ancora una volta. Qui è la natura vivente a diventare protagonista, attraverso un fenomeno che si ripete ancora oggi e che, proprio per la sua singolarità, ha finito per entrare nella storia e nell’immaginario del luogo.
Con i suoi 638 metri di altezza, il Monte delle Formiche è il punto più elevato della Val di Zena. Il suo nome è legato a un appuntamento naturale che si rinnova ogni anno all’inizio di settembre, quando le formiche alate raggiungono la vetta per il volo nuziale. Dopo l’accoppiamento, molti degli insetti muoiono e i loro corpi si accumulano sul terreno attorno alla cima.
È un comportamento naturale, spiegabile attraverso la biologia degli insetti. Ma basta immaginare come dovesse apparire questo fenomeno a chi lo osservava secoli fa, senza possedere gli strumenti per comprenderne le cause, per capire come potesse assumere un significato completamente diverso.
Sciami di formiche arrivavano dalla campagna e si concentravano proprio sulla cima della montagna. E non su una cima qualsiasi: la vetta era dominata da una chiesa dedicata alla Madonna, trasformando quella migrazione improvvisa di piccoli insetti in qualcosa che poteva facilmente essere interpretato come un segno.
Il fenomeno è infatti così profondamente radicato nella storia locale che ha lasciato traccia persino nel nome antico della chiesa, già indicata nel Quattrocento come Santa Maria Formicarum. La presenza delle formiche non era quindi un semplice elemento curioso del paesaggio: era diventata parte dell’identità stessa del monte.
Qui la natura non è rimasta separata dalla cultura.
È diventata cultura, devozione e racconto.
Quando un fenomeno naturale diventa una storia
Sul Monte delle Formiche la spiegazione scientifica non ha cancellato la leggenda. Le due letture hanno continuato a convivere, ciascuna raccontando una parte diversa dello stesso fenomeno.
Da una parte ci sono le ragioni biologiche che portano le formiche alate verso la vetta. Dall’altra c’è il significato che per secoli le comunità locali hanno attribuito a quel volo, fino a collegarlo alla presenza della Madonna e alla festa religiosa dell’8 settembre.
È proprio questa sovrapposizione a rendere il monte interessante per chi attraversa la Val di Zena. Non è necessario scegliere tra scienza e tradizione, né decidere quale delle due debba avere l’ultima parola. La scienza spiega il comportamento degli insetti; la storia culturale racconta invece che cosa quel comportamento ha rappresentato per le persone che lo hanno osservato e tramandato.
In questo senso, il Monte delle Formiche continua il percorso iniziato a Tazzola.
Anche lì avevamo incontrato qualcosa che poteva sembrare misterioso a un primo sguardo: una pietra dalle forme quasi animali, raccolta e conservata perché capace di suscitare un’associazione immediata con qualcosa di conosciuto. Poi arrivava la geologia, con le sue spiegazioni e i suoi tempi profondissimi.
Qui accade qualcosa di simile, ma con un elemento ancora più sorprendente: il fenomeno non appartiene soltanto al passato. Accade ancora.
Le formiche continuano a volare verso la vetta e, insieme al loro volo, continua a esistere il racconto che gli uomini hanno costruito attorno a quel comportamento.
È forse questo uno dei fili più interessanti che attraversano la Val di Zena. La conoscenza non sembra togliere mistero al paesaggio; piuttosto, aggiunge livelli di lettura. Una pietra può avere una forma curiosa e, nello stesso tempo, raccontare la storia geologica di un antico ambiente marino. Una balena può sembrare una presenza impossibile sulle colline bolognesi e diventare invece la prova concreta di quel mare scomparso. Una montagna può attirare ogni anno migliaia di piccoli insetti per ragioni biologiche precise e, nello stesso tempo, conservare una tradizione religiosa costruita attorno a quel fenomeno.
La meraviglia non diminuisce quando arriva una spiegazione. Diventa più precisa.
Ed è forse proprio questo il modo migliore per attraversare la Val di Zena: non cercando di separare ciò che è naturale da ciò che è culturale, ciò che è scientifico da ciò che appartiene alla memoria, ma lasciando che tutte queste storie convivano nello stesso paesaggio.
Sotto le ruote di una bicicletta può esserci un antico mare.
Accanto alla strada può riemergere la memoria di una balena.
E sulla cima di una montagna, ogni settembre, può ancora cominciare un volo che da secoli alimenta una leggenda.
UNA MONTAGNA, UNA PIEVE E UNA GROTTA CHE NON SI PUÒ PIÙ RAGGIUNGERE

Sulla cima del Monte delle Formiche, dove per secoli le formiche alate hanno dato origine a racconti e devozioni, si trova la Pieve di Santa Maria di Zena (comunemente nota come Santa Maria Formicarum di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente), uno dei luoghi che meglio raccontano la continuità della presenza umana nella valle.
Le prime notizie della pieve risalgono almeno all’XI secolo, ma l’edificio che vediamo oggi non è quello che conoscevano le comunità che hanno abitato queste colline nei secoli passati. La chiesa originaria venne infatti distrutta durante la Seconda guerra mondiale e fu ricostruita nel dopoguerra. Dell’edificio precedente è rimasto il campanile, una delle poche testimonianze materiali capaci di collegare la costruzione attuale alla storia più antica del luogo.
Anche qui, come a Gorgognano, il paesaggio non conserva tutto ciò che gli uomini hanno costruito.
Conserva ciò che è sopravvissuto alle trasformazioni, alle distruzioni e all’abbandono, lasciando a chi arriva il compito di ricomporre ciò che manca. Una pieve ricostruita, un campanile più antico, un paese scomparso: sono frammenti diversi della stessa memoria, che nella Val di Zena sembra affiorare continuamente senza mai presentarsi nella sua forma completa.
E poi c’è una storia ancora più discreta, legata a un luogo che oggi non è possibile raggiungere.
Poco distante dal santuario si trova infatti la cosiddetta Grotta di Barberio, una cavità naturale associata alla figura di un eremita che, secondo la tradizione locale, avrebbe vissuto in questo luogo nel XVI secolo. La grotta è oggi resa inaccessibile da una frana, e proprio questa impossibilità di entrarvi contribuisce, in modo quasi paradossale, a mantenerne intatto il carattere misterioso.
Anche Luigi Fantini, durante le sue esplorazioni della montagna bolognese, si interessò alla grotta. Il dettaglio è significativo perché riporta ancora una volta alla figura dell’esploratore incontrato a Tazzola: Fantini cercava nel territorio proprio quelle tracce che rischiavano di rimanere ai margini della memoria, che fossero una cavità, una costruzione antica, una fotografia o una particolare formazione rocciosa.
Oggi, però, quella cavità non può più essere percorsa come forse avveniva un tempo.
E questo cambia il modo in cui la si può raccontare.
Non possiamo sostituire l’esperienza con una descrizione troppo dettagliata di ciò che si troverebbe al suo interno. Possiamo invece parlare della sua storia, della sua posizione, delle persone che l’hanno frequentata e del motivo per cui continua a essere ricordata nonostante non sia più accessibile.
È un’altra forma di patrimonio invisibile.
La Val di Zena ci ha mostrato una balena che è tornata alla luce dopo milioni di anni, pietre raccolte perché sembravano assumere forme familiari, un fenomeno naturale trasformato in tradizione religiosa e un paese quasi cancellato dalla guerra. Ora ci mostra qualcosa di diverso: un luogo che esiste ancora, ma che non possiamo più attraversare.
Forse è proprio questa la lezione più sottile della valle.
Un territorio non è interessante soltanto per ciò che possiamo visitare, fotografare o percorrere.
A volte lo è anche per ciò che è rimasto oltre una frana, dietro una rovina o dentro una storia che non possiamo più verificare direttamente.
Perché anche l’assenza, quando è abbastanza forte da lasciare una traccia, può diventare parte del paesaggio.
IL CASTELLO DI ZENA E LA MEMORIA CHE RESTA
Più in basso, lungo la valle, il Castello di Zena aggiunge un altro strato alla storia del territorio. Dopo aver seguito le tracce di un antico mare, incontrato una balena riaffiorata dalla terra, osservato il volo delle formiche sul Monte delle Formiche e ascoltato la memoria di luoghi distrutti o diventati inaccessibili, qui torniamo alla storia degli uomini.
Lo sperone sul quale sorge il castello era frequentato già in epoche molto precedenti alla costruzione delle fortificazioni medievali. La sua posizione, naturalmente difesa e dominante rispetto alla valle, ne fece nel tempo un luogo strategico, inserito nelle vicende della frontiera montana del territorio bolognese e legato anche alla storia di Matilde di Canossa.
Come accade spesso con i luoghi fortificati, però, il castello non racconta soltanto il periodo nel quale venne costruito. La sua storia attraversa epoche diverse e continua, in forme differenti, anche dopo che la funzione difensiva originaria è venuta meno. Nel Novecento, mentre la Val di Zena cominciava a essere osservata con occhi nuovi dagli studiosi del territorio, anche il castello entrò nel più ampio processo di riscoperta archeologica e naturalistica della valle, al quale contribuì la stessa attività di Luigi Fantini.
È proprio questa continuità a renderlo interessante.
Per chi arriva senza conoscere la storia della valle, il Castello di Zena potrebbe apparire semplicemente come un edificio antico inserito in un paesaggio collinare. Ma qui, più che altrove, conviene resistere alla tentazione di isolare ogni luogo dal resto.
Il castello appartiene alla stessa valle nella quale Luigi Fantini raccolse i botroidi.
La balena di Gorgognano è emersa dallo stesso paesaggio sul quale gli uomini hanno costruito fortificazioni e abitazioni.
Il Monte delle Formiche domina queste stesse colline e conserva una tradizione nata dall’osservazione di un fenomeno naturale.
La pieve, la grotta, il paese scomparso e il castello sono altrettanti frammenti di una storia umana che si è sovrapposta a una storia geologica molto più antica.
E Fantini attraversa idealmente tutti questi livelli.
La sua importanza, in fondo, non sta soltanto nelle cose che ha studiato o raccolto, ma nel modo in cui ha guardato la montagna bolognese. Una grotta, una roccia, un edificio, una fotografia o un reperto potevano diventare importanti non perché fossero straordinari presi singolarmente, ma perché contribuivano a raccontare qualcosa di più grande.
È questa la vera chiave per comprendere la Val di Zena.
Non una collezione di attrazioni, ma una rete di tracce.
Ciò che rimane non è quindi un racconto ordinato, ma un paesaggio nel quale tempi diversi continuano a stare uno accanto all’altro.
Ed è forse per questo che la Val di Zena merita di essere attraversata lentamente. Non perché possieda una singola attrazione capace di giustificare il viaggio, ma perché ogni elemento acquista significato quando viene rimesso in relazione con gli altri.
È lo stesso principio con cui Fantini ha costruito, nel corso della sua vita, una memoria della montagna bolognese fatta di luoghi apparentemente marginali.
Guardare una pietra, riconoscere un fossile, seguire il profilo di un castello o domandarsi perché una montagna porti un nome così particolare diventano allora gesti dello stesso tipo.
Fermarsi. Guardare. Collegare.
E scoprire che, sotto un paesaggio che sembrava soltanto da attraversare, esiste una storia molto più grande.
LA VALLE DA ATTRAVERSARE LENTAMENTE

A questo punto viene naturale tornare alla bicicletta. Non alla corsa, però, ma a quella bicicletta che permette di cambiare ritmo, fermarsi, osservare e, quando serve, anche abbandonare per qualche chilometro la traiettoria più evidente.
Perché attraversare la Val di Zena dentro un gruppo lanciato verso Bologna è un’esperienza completamente diversa dal percorrere le stesse strade sapendo che, appena oltre la carreggiata, esiste un territorio che merita di essere esplorato. Il Giro dell’Emilia deve scegliere la linea più efficace, quella che consente ai corridori di affrontare nel modo migliore gli ultimi chilometri prima del finale di San Luca. Chi arriva qui in bicicletta per viaggiare, invece, può permettersi il lusso di fare l’opposto: rallentare proprio quando qualcosa attira la sua attenzione.
È questa la differenza fra attraversare una valle e imparare a leggerla.
Perché qui il tempo non è un avversario della bicicletta. È parte dell’esperienza.
La Val di Zena non chiede necessariamente una grande impresa ciclistica. Chiede soprattutto curiosità. Le sue strade possono essere il filo attraverso il quale mettere in relazione luoghi che, se osservati separatamente, sembrerebbero appartenere a storie diverse: la geologia conduce alla paleontologia, la paleontologia alla storia del paesaggio, il paesaggio alla memoria degli uomini e questa memoria ritorna poi nelle pievi, nei castelli, nelle leggende e nel lavoro di chi, come Luigi Fantini, ha dedicato la propria vita a osservare ciò che rischiava di scomparire.
È qui che la Val di Zena apre una prospettiva che va oltre il semplice racconto del luogo. Viaggiare può significare anche scegliere quando arrivare. Non sempre nel momento più comodo, non necessariamente quando il paesaggio offre le condizioni più facili, ma quando qualcosa sta accadendo.
La luce può cambiare il colore delle rocce, la pioggia può modificare il suono e l’aspetto della valle, una stagione può rendere visibile un fenomeno che negli altri mesi rimane nascosto. Persino l’attesa, quindi, può diventare parte del viaggio.
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QUANDO ANDARE: LA VAL DI ZENA CAMBIA CON LE STAGIONI

La Val di Zena non ha una stagione nella quale smette di essere interessante. Cambia, piuttosto, il modo in cui si lascia attraversare. È una valle nella quale la natura, la luce e le condizioni del terreno modificano continuamente il paesaggio, e proprio per questo scegliere quando arrivare significa anche scegliere quale Val di Zena incontrare.
La primavera
E’ probabilmente il momento più equilibrato per scoprirla. Le colline tornano a colorarsi dopo l’inverno, i boschi acquistano una tonalità più intensa e le giornate permettono di alternare facilmente le visite ai luoghi della valle a camminate o percorsi in bicicletta. È una stagione particolarmente adatta a chi vuole seguire le tracce di Fantini senza affrontare ancora il caldo dell’estate e quando il paesaggio conserva una certa freschezza che rende piacevole fermarsi lungo il percorso.
L’estate
Le giornate sono più lunghe e ci sono più possibilità di dedicare un’intera giornata alla valle, ma nelle ore centrali il caldo può farsi sentire, soprattutto nei tratti meno ombreggiati. È una buona stagione per chi vuole combinare la scoperta della Val di Zena con un soggiorno più lungo sulle colline bolognesi, scegliendo le prime ore del mattino o il tardo pomeriggio per le parti all’aperto. Per il Museo dei Botroidi è inoltre una stagione comoda, ma è sempre opportuno verificare le modalità di apertura prima di partire.
L’autunno
E’ forse la stagione più suggestiva dal punto di vista paesaggistico. Le colline cambiano colore, la luce diventa più bassa e il rapporto fra boschi, calanchi e affioramenti rocciosi acquista una profondità diversa. È anche il periodo nel quale il carattere rurale della valle emerge con maggiore evidenza, mentre i prodotti e i sapori dell’Appennino bolognese riportano il viaggio verso una dimensione più lenta e conviviale. Per chi arriva in bicicletta o a piedi, tuttavia, è importante tenere conto delle giornate più brevi e delle condizioni del terreno dopo le piogge.
L’inverno
In questa stagione si può godere di una Val di Zena più silenziosa. La vegetazione spoglia lascia emergere meglio alcune forme del paesaggio e, nelle giornate limpide, la valle può assumere una luce particolarmente nitida. È una stagione adatta soprattutto a chi cerca solitudine e paesaggi, meno a chi vuole costruire una giornata interamente dedicata ai percorsi all’aperto. Le condizioni meteorologiche possono cambiare rapidamente e alcune strade secondarie meritano maggiore prudenza.
Se dovessi scegliere un momento per raccontare questa valle a chi la visita per la prima volta, sceglierei la primavera, con un’alternativa altrettanto interessante nell’autunno. La prima permette di vivere il territorio nella sua fase di risveglio; la seconda ne mette in risalto la dimensione più raccolta e materica.
Ma c’è un’eccezione che merita un discorso a parte: l’inizio di settembre, quando il Monte delle Formiche diventa il teatro del fenomeno delle formiche alate. Intorno alla festa della Madonna dell’8 settembre, gli sciami raggiungono la vetta per il loro volo nuziale. È il momento nel quale la stagione non è più soltanto una condizione del viaggio, ma diventa parte stessa della storia che si è venuti a cercare.
DOVE DORMIRE: RESTARE NEL PAESAGGIO
La Val di Zena non è il luogo nel quale scegliere una sistemazione soltanto in base alla distanza dal centro di Bologna. Se l’obiettivo è dedicare almeno una giornata intera alla valle, fermarsi sulle colline permette di trasformare anche il soggiorno in parte del viaggio.
La scelta più coerente con lo spirito di questo territorio è quella di un agriturismo o un piccolo bed & breakfast immerso nelle colline di Pianoro e della Val di Zena. Esistono strutture direttamente nell’area della valle e altre poco più lontane, abbastanza vicine da permettere di raggiungere Tazzola, Gorgognano e il Monte delle Formiche senza rinunciare alla possibilità di spostarsi verso Bologna. Il Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa raccoglie, per esempio, diverse strutture ricettive nella zona di Pianoro, mentre la rete della Via del Fantini segnala agriturismi, B&B e altre forme di accoglienza distribuite lungo il territorio.
Per chi invece preferisce avere Bologna come base, la soluzione più semplice è cercare una sistemazione in città e dedicare alla Val di Zena una o più giornate. È una scelta pratica, soprattutto per chi arriva in treno o in aereo, ma cambia inevitabilmente il rapporto con il territorio: la valle diventa una destinazione da raggiungere, anziché il paesaggio nel quale ci si sveglia.
Per questo, se il viaggio nasce soprattutto dalla curiosità verso la Val di Zena, sceglierei di dormire almeno una notte sulle colline. Non tanto per risparmiare tempo negli spostamenti, quanto per dare al territorio la possibilità di diventare parte della giornata anche quando non si sta visitando nulla.
SAPORI DELLE COLLINE BOLOGNESI

La Val di Zena non ha bisogno di inventarsi una cucina propria per raccontare il territorio. La sua identità gastronomica appartiene piuttosto a quella più ampia delle colline e dell’Appennino bolognese, dove la tavola segue ancora il ritmo delle stagioni e il confine fra campagna e cucina rimane molto più sottile di quanto si possa pensare.
Qui il viaggio può continuare anche a tavola, ritrovando quella stessa stratificazione che abbiamo incontrato nelle rocce, nei fossili e nelle storie della valle. La cucina bolognese nasce dalla sfoglia, dai ripieni, dai ragù e dai brodi, ma salendo verso le colline assume anche i caratteri della cucina dell’Appennino, più legata ai prodotti del bosco e della terra.
Ci sono piatti che appartengono ormai all’immaginario stesso di Bologna, come tortellini in brodo, tagliatelle al ragù e lasagne verdi, e altri che raccontano più direttamente la dimensione collinare, come le crescentine e le tigelle, tradizionalmente accompagnate da salumi, formaggi e preparazioni semplici. Non è necessario cercare una ricetta esclusiva della Val di Zena: è proprio questa continuità fra città, campagna e Appennino a rendere interessante la sua gastronomia.
Poi arriva l’autunno, e il paesaggio sembra entrare direttamente nei piatti.
È la stagione dei funghi, delle castagne e del tartufo, prodotti che appartengono alla tradizione dell’Appennino bolognese e che rendono particolarmente interessante fermarsi a tavola dopo avere percorso la valle. Il tartufo bianco pregiato, in particolare, è presente nell’area dei Colli Bolognesi e matura indicativamente fra settembre e dicembre: un’altra coincidenza stagionale che lega il calendario della natura a quello del viaggio.
Anche le castagne raccontano una storia che va oltre il semplice ingrediente. Per generazioni la castanicoltura è stata una risorsa fondamentale dell’Appennino bolognese e le castagne venivano essiccate, trasformate in farina e utilizzate in preparazioni dolci e salate. Ancora oggi la loro presenza sulla tavola permette di ritrovare qualcosa della cultura contadina che ha modellato queste colline.
E poi c’è il vino.
Tra le colline che circondano Bologna il nome da cercare è Pignoletto, oggi tutelato dalla denominazione Colli Bolognesi Pignoletto DOCG. Nelle sue diverse tipologie può accompagnare una cucina molto ampia, dalla sfoglia ai salumi fino alle preparazioni più semplici della tradizione emiliana. La versione frizzante è probabilmente quella che più spontaneamente richiama l’idea della tavola conviviale, mentre il Pignoletto Superiore permette di scoprire una dimensione più strutturata della stessa viticoltura collinare.
È un abbinamento che funziona anche narrativamente. Dopo avere seguito la storia di un territorio che un tempo era sommerso dal mare, osservato le pietre raccolte da Fantini e cercato le tracce della balena di Gorgognano, ci si ritrova davanti a un bicchiere prodotto sulle colline bolognesi. Il paesaggio cambia forma ancora una volta: prima lo abbiamo letto nelle rocce, poi nei fossili, ora possiamo ritrovarlo nei vigneti e nei sapori.
Per questo, anche qui, la scelta migliore non è inseguire una specialità “imperdibile”, ma fermarsi dove la cucina appartiene davvero al paesaggio: un agriturismo, una trattoria di collina, una piccola realtà che lavori con prodotti stagionali e che permetta di chiudere la giornata senza trasformare il pasto in una parentesi separata dal viaggio.
La rete dell’accoglienza dell’Appennino bolognese comprende infatti realtà che lavorano proprio sul rapporto fra produzione locale, cucina e ospitalità, con menù che cambiano seguendo le stagioni e prodotti provenienti anche direttamente dalle aziende agricole. È una dimensione particolarmente interessante per chi arriva in bicicletta o a piedi, perché permette di trasformare la sosta non soltanto in un momento di ristoro, ma in un’altra forma di conoscenza del territorio.
La Val di Zena non chiede soltanto di essere attraversata lentamente. Chiede di essere lasciata entrare anche nella memoria del gusto.
UN LIBRO NELLO ZAINO
Ci sono luoghi che, dopo essere stati attraversati, chiedono di essere riletti. La Val di Zena è uno di questi: per comprenderla fino in fondo servono libri capaci di cambiare la prospettiva, di riportare lo sguardo dalla superficie delle colline a ciò che le ha formate, e poi ancora alle storie che gli abitanti hanno costruito intorno a quelle montagne.
Marcia Bjornerud, Il tempo della Terra
È forse il libro da mettere nello zaino prima ancora di partire. In Il tempo della Terra, la geologa Marcia Bjornerud invita a ragionare secondo i tempi profondi della Terra, quelli che non coincidono con la durata delle nostre vite e nemmeno con quella della storia umana. Letto dopo aver incontrato i botroidi, le rocce e le tracce dell’antico mare della Val di Zena, il libro offre una chiave preziosa per guardare queste colline con occhi diversi: non più soltanto come un paesaggio da attraversare, ma come il risultato di una storia iniziata molto prima che esistessero Bologna, i suoi abitanti e le strade che oggi percorriamo.
Andrea Moccia, Un tesoro al piano Terra. La geologia che non ti aspetti
Il secondo libro porta la geologia ancora più vicino alla nostra esperienza quotidiana. Andrea Moccia racconta quanto spesso la storia della Terra sia nascosta proprio nei luoghi che consideriamo familiari, nelle rocce, nei rilievi e nelle forme del paesaggio che attraversiamo senza fermarci a interrogarle. È una lettura che si accorda bene con lo spirito della Val di Zena, dove il paesaggio non si limita a fare da sfondo al viaggio, ma diventa una sorta di archivio naturale: basta imparare a riconoscerne le tracce.
Orfeo Facchini e Gaetano Marchetti, Monte delle Formiche. Note storiche su un antico luogo sacro pagano e sul santuario dedicato alla Natività di Maria
Infine, il viaggio si restringe fino a un luogo preciso e profondamente legato alla valle. Il volume di Orfeo Facchini e Gaetano Marchetti è dedicato al Monte delle Formiche, alla sua storia, alle antiche tradizioni e al santuario che ancora oggi ne costituisce uno dei punti più riconoscibili. Dopo aver seguito la storia geologica del territorio, questo libro permette di entrare nella storia umana e simbolica di una delle sue montagne più singolari. È il libro che chiude il cerchio: dalla Terra che cambia nel tempo alle comunità che, su quella stessa Terra, hanno costruito racconti, devozioni e memorie.
Se vuoi seguire ancora più lontano la storia della balena
C’è però una connessione nata proprio durante questo viaggio che merita una deviazione tutta sua.
Nel capitolo dedicato alla balena di Gorgognano abbiamo incontrato l’articolo di Carlo Sarti, Moby Dick ovvero della Balena di Gorgognano, che mette in relazione il ritrovamento del cetaceo fossile con il romanzo di Herman Melville. È una connessione sorprendente, perché porta una scoperta paleontologica delle colline bolognesi dentro una delle opere più celebri della letteratura mondiale.
Se questo parallelismo ti ha incuriosito, puoi seguire la traccia fino a Moby Dick.
Non lo proponiamo qui come un quarto libro da aggiungere alla lista, ma come un approfondimento che nasce direttamente dalla storia raccontata nell’articolo. Melville dedica infatti un capitolo del romanzo alla balena fossile: arrivarci dopo avere incontrato quella di Gorgognano significa leggerlo con uno sguardo completamente diverso.
È uno dei motivi per cui ci piace lasciare qualche porta aperta lungo il viaggio. A volte una scoperta apparentemente locale conduce verso una storia molto più grande, e non c’è bisogno di sapere in anticipo dove porterà la strada.
Li trovi tutti nella pagina dedicata.
I libri introvabili: quando la ricerca fa parte della scoperta
La Val di Zena porta naturalmente anche verso libri che non appartengono più alla normale disponibilità delle librerie.
Il caso più interessante è proprio quello di Luigi Fantini. Antichi edifici della montagna bolognese, pubblicato nel 1971-1972 in due grandi volumi, è una delle opere fondamentali per conoscere attraverso fotografie, disegni e documentazione la storia dell’edilizia tradizionale dell’Appennino bolognese. Le bibliografie locali ne confermano l’importanza e le due parti dell’opera coprono un repertorio vastissimo di località ed edifici.
Oggi, però, non è un libro da cercare semplicemente su uno scaffale. È soprattutto un libro da trovare. Le fonti locali lo descrivono come prezioso e non facile da reperire, mentre esistono ancora copie nelle biblioteche e, occasionalmente, nel mercato antiquario.
Ancora più raro è Case e torri antiche dell’Appennino bolognese, pubblicato nel 1960: contiene 214 fotografie di Luigi Fantini e 43 disegni del nipote Enrico e documenta attraverso immagini e testi storici un patrimonio architettonico che Fantini aveva compreso quanto fosse fragile. Le fonti bibliografiche bolognesi lo registrano ancora nei cataloghi, ma la sua scarsa diffusione lo rende oggi un vero libro da cercatori.
È qui che, per una volta, non metteremo alcun link commerciale.
Se questi libri ti incuriosiscono, la ricerca può cominciare dalle biblioteche, dalle librerie antiquarie, dai cataloghi dell’usato e dai mercatini. Può darsi che la copia perfetta non si trovi subito. Può darsi che occorra aspettare.
Ma forse è proprio questo il bello.
Perché anche un libro può diventare un territorio da esplorare: non sempre la strada più interessante è quella che porta più velocemente alla meta.
COME ARRIVARE ALLA VAL DI ZENA
La vicinanza a Bologna è uno dei grandi vantaggi della Val di Zena, ma può anche trarre in inganno. Arrivare ai margini della valle è semplice; raggiungere i luoghi più appartati, come Tazzola o Gorgognano, richiede invece un’organizzazione maggiore. È una differenza da considerare soprattutto se si viaggia senza automobile.
In auto
La valle si raggiunge dal territorio di Pianoro e San Lazzaro di Savena, seguendo la viabilità che risale la Val di Zena. Per chi arriva da Bologna, l’accesso attraverso Pianoro permette di entrare progressivamente nel paesaggio collinare e di organizzare le diverse deviazioni verso Tazzola, Gorgognano e il Monte delle Formiche. La rete stradale è però soggetta a lavori e modifiche: prima della partenza è quindi indispensabile controllare la situazione aggiornata della SP36 e delle strade comunali.
In treno
Pianoro rappresenta il riferimento più pratico per chi arriva da Bologna, mentre il collegamento ferroviario consente di avvicinarsi alla valle senza dover necessariamente affrontare tutto il viaggio in automobile. Da qui, però, occorre considerare l’ultimo tratto: la Val di Zena non è un territorio nel quale il trasporto pubblico permette di raggiungere con la stessa facilità ogni piccolo luogo. Per questo il treno funziona particolarmente bene se abbinato alla bicicletta o a un itinerario a piedi.
In autobus
I collegamenti extraurbani permettono di raggiungere Pianoro e altri centri dell’area bolognese; le linee TPER servono inoltre l’asse verso Monterenzio e l’Appennino. Per una visita mirata a Tazzola, Gorgognano o al Monte delle Formiche, però, è necessario verificare fermate e orari effettivamente utili per la giornata scelta, perché la parte più interessante della valle si sviluppa lontano dai principali nodi del trasporto pubblico.
In bicicletta
La Val di Zena in bici acquista un significato completamente diverso. La valle è collegata a una rete di itinerari cicloturistici e la Via del Fantini può essere percorsa anche in bicicletta, attraversando un territorio nel quale paesaggio, storia e geologia si susseguono senza soluzione di continuità. Per chi arriva senza bici propria, può essere utile valutare la possibilità di noleggiare una bicicletta a Bologna e utilizzarla come mezzo per esplorare la valle.
Per chi arriva da lontano, Bologna resta quindi la porta naturale della valle. Si può raggiungere il capoluogo con voli per Bologna oppure con treni per Bologna o collegamenti in autobus per Bologna, utilizzando la città come base e proseguendo poi verso Pianoro. Se vuoi maggiore autonomia negli spostamenti, puoi anche noleggiare un’auto a Bologna; in alternativa, soprattutto per chi preferisce non guidare, è possibile organizzare un transfer privato da Bologna verso la zona della valle. La seconda soluzione richiede qualche spostamento in più per chi desidera visitare Bologna, ma restituisce meglio quella sensazione di quiete che costituisce una parte importante dell’esperienza della Val di Zena.
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