
La scelta di una destinazione nasce da una ricerca, da una curiosità, o semplicemente dal caso. Siamo partiti con la voglia di allontanarci dalla città, dal caos di un lungo week end festivo, per immergerci nel silenzio della natura
È così che, per caso o per fortuna, abbiamo scoperto la Valle Peligna.
Una zona dell’entroterra abruzzese, a ridosso del versante occidentale del Parco Nazionale della Maiella.
Incastonata tra le vette appenniniche ancora imbiancate e con una vista meravigliosa sull’imponente massiccio del Gran Sasso, la Valle Peligna è un piccolo scrigno di tesori nascosti da una natura rigogliosa e accogliente.
È costellata da un gran numerosi di piccoli borghi, ognuno unico nel suo genere, sparsi tra monti, colline e valli in modo quasi casuale.
Un grande presepe vivente in cui si alternano costruzioni antiche e moderne, racchiuso in un panorama semplice, ma unico.
La Valle Peligna rientra perfettamente nello spirito dei nostri viaggi fuori stagione in Italia e in Europa: territori che sanno raccontarsi con più autenticità quando il ritmo rallenta e il paesaggio torna protagonista.
GOLE DI SAN VENANZIO: IL CANYON NASCOSTO DELLA VALLE PELIGNA
La nostra prima tappa è stata una passeggiata rigenerante lungo le Gole di San Venanzio, a pochi chilometri dal centro di Raiano in provincia di L’Aquila.
Dopo aver percorso una serie di tornanti che costeggiano i costoni di roccia, abbiamo lasciato la macchina in un piccolo parcheggio a ridosso di un ponte che sovrasta il fiume Aterno e ci siamo incamminati nel sentiero sterrato segnalato dalla tipica bandierina bianca e rossa del CAI pennellata sugli alberi e sulle rocce.
Il sentiero lungo il fiume Aterno

Il percorso, inizialmente in discesa, sulla sinistra costeggia le pareti rocciose e sulla destra si affaccia su sulla fitta vegetazione a strapiombo sul fiume Aterno, protetto da staccionate di legno.
Il percorso è adatto a chi è in forma e ha scarpe comode; meno indicato per passeggini o ausili per la mobilità.
Non è impervio, ma i continui saliscendi, i gradoni di roccia e le brevi salite non sono facilmente affrontabili da tutti.
L’eremo e la riserva sono comunque accessibili e fruibili anche da parte delle persone con disabilità o con ridotta mobilità. A tal fine, sono stati predisposti diversi strumenti per agevolare la percorrenza dei sentieri e consentire la visita dei principali punti di interesse della riserva lungo i tre percorsi principali: “Pozzolana”, “Eremo” e “Solfa”. Sono inoltre disponibili cartellonistica dedicata, brochure informative e mappe in linguaggio Braille contenenti le indicazioni relative ai percorsi accessibili.
Il canale romano delle Uccole
C’è un dettaglio che si nota solo se si sa cosa cercare: lungo le pareti della gola, a tratti visibili a mezza costa tra la vegetazione, corrono i segni di un acquedotto romano scavato direttamente nella roccia. Si chiama canale delle Uccole, si estende per quasi 4 km e conta 134 pozzetti di aerazione: i fori che i Romani praticavano per garantire il ricambio d’aria durante gli scavi e che oggi si vedono ancora, aperti sulla parete come finestre su un buio antico. È la più grande opera idraulica romana sopravvissuta in Abruzzo, realizzata 2000 anni fa per portare l’acqua fino a Raiano. Il sentiero ci cammina accanto senza che nessun cartello lo annunci con la dovuta enfasi. Bisogna saperlo.
Cascate dell’Aterno e resti del vecchio mulino
Il primo tratto si conclude nel punto più basso dove, appena sotto i resti di un antico mulino, una piccola insenatura di ghiaia e rocce si apre su delle piccole cascate in cui il fiume Aterno assume un moto leggermente tumultuoso.
In questo punto il silenzio è coperto soltanto dal rumore dell’acqua, della brezza e dei versi degli animaletti che popolano il bosco.
Ed è proprio qui che abbiamo fatto la nostra prima sosta. Un punto strategico anche per chi vuole scattare foto o fare video indimenticabili (sempre in sicurezza!) o soltanto rilassarsi seduto su una roccia, e contemplare la bellezza e la maestosità della natura selvaggia.
Lungo il sentiero verso l’Eremo di San Venanzio

Lungo il viale che conduce all’ingresso, tre piccole edicole scavate nella roccia segnano il cammino come tappe di un percorso già sacro prima di entrare. La tradizione le identifica con le impronte lasciate dal santo sul monte: il gomito, la testa, il piede. Una leggenda racconta che il Santo, pregato affinché placasse dei tumulti scoppiati nella vicina Corfinio, disse che riteneva tanto probabile di riuscire in tale impresa quanto di poter imprimere l’orma del suo piede sulla roccia. Nelle edicole ritenute miracolose, i fedeli inserivano gomito e testa per prevenire dolori reumatici e cefalee. Nell’incavo del piede, l’usanza vuole che si depositi un sassolino, da riprendere al ritorno, da conservare in casa come protezione. Qualcuno lo fa ancora oggi. Le edicole sono consunte, il gesto si vede nel bordo levigato della pietra.
Da questo punto il sentiero prosegue in salita sotto un vero e proprio tunnel arboreo, con tratti su gradoni rocciosi, e conduce in breve tempo in un piccolo piazzale.
Qui la sorpresa prende forma. Una piccola costruzione in pietra si erge appena qualche gradino più su.
È l’Eremo di San Venanzio, che da oltre 8 secoli sovrasta le omonime Gole, in tutta la maestosità della sua bellezza.
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L’EREMO DI SAN VENANZIO E LA GROTTA DEL SANTO

La guida ci aspettava all’ingresso e ha cominciato dal principio, dalla storia di Venanzio, che è anche la ragione di tutto questo. Un ragazzo nobile di Camerino, che nel III secolo d.c. è costretto a fuggire insieme al suo maestro Porfirio (poi divenuto anch’egli Santo) in seguito alle persecuzioni contro i cristiani trovarono rifugio in questo anfratto di roccia sospeso sul fiume ove rimasero per due anni. Nel 259 fu arrestato e martirizzato mediante decapitazione nella sua città natale a soli 15 anni.
La leggenda narra che la sua testa, cadendo a terra, fece 3 rimbalzi e ad ognuno ne usciva dell’acqua invece del sangue. Anche per questo motivo è conosciuto come “l’acquaiolo”.
Da allora, la tradizione popolare ha cucito su questi luoghi una devozione che dura da secoli e non mostra segni di cedimento.
L’eremo di San Venanzio: una chiesa sospesa nella roccia

La chiesa è piccola, a pianta rettangolare con volta a botte. I due altari laterali ospitano le statue di San Giovanni Battista – patrono degli eremiti, scelta non casuale in un posto così – e del papa eremita Celestino V che probabilmente di questi luoghi conosceva bene la qualità del silenzio.
Sull’altare dedicato a S. Giovanni Battista è visibile la cd. “stipa pennata” conosciuta anche come “lino delle fate”. Una graminacea dal lungo ciuffo filiforme che cresce spontanea attorno all’eremo e che ogni anno viene raccolta nel mese di maggio e portata in chiesa dai fedeli per la commemorazione di San Venanzio Patrono di Raiano il giorno 18.

Dietro l’altare maggiore, invece, una statua lignea del santo guarda la navata: un’opera devota, non celebrata dai libri d’arte, ma che in questo contesto ha una presenza difficile da ignorare.
Sempre dietro l’altare si trova una porta che conduce alla sacrestia decorata con affreschi datati durante la costruzione della chiesa intorno al 1400.
Le decorazioni che coprono le pareti della chiesa hanno una storia che vale la pena conoscere: furono realizzate alla fine della Seconda Guerra Mondiale dai pittori locali Savino Del Boccio e Antonio Vaccaro come atto di ringraziamento per la fine del conflitto, fatto testimoniato da una scritta commemorativa ancora visibile. Non opere commissionate, dunque, ma ex voto su larga scala.
Davanti all’altare, il leggio e la mensa in pietra sono invece opera dello scultore raianese Diego Mostacci: una firma locale, quasi discreta, in un luogo che non ha mai cercato la visibilità.
Al centro della chiesa c’è l’uscita della Scala Santa. Ne parleremo dopo nel paragrafo dedicato alla grotta del Santo perché l’entrata si trova proprio qui sotto ed è degna di una menzione a parte.
Agli inizi del Novecento l’eremo fu visitato da Benedetto Croce, che tra il 1907 e il 1913 soggiornava a Raiano nel Palazzo Sagaria-Rossi, ospite della cugina Teresa a cui era profondamente legato.
Il filosofo lasciò un breve schizzo della sua impressione: descrisse le gole come un paesaggio dove “il romitorio pende sopra una roccia rotonda, giallastra, che pare un gran blocco d’oro”, con “rumorio di acque, ruscelletti che scendono fino all’Aterno” per tutta la strada. Non è il tipo di descrizione che ci si aspetta da un filosofo di quella statura. Ma certi posti non chiedono il permesso.
A Raiano, Croce stava lavorando a una terza monografia – I feudatari di Raiano – rimasta incompiuta, i cui appunti sono conservati tra le carte del Palazzo Sagaria-Rossi.
Raiano fa parte del Parco Letterario Benedetto Croce insieme a Pescasseroli e Montenerodomo.
Le celle degli eremiti e la vita monastica nell’Eremo di San Venanzio
Sulla destra si trova un corridoio stretto, in cui le sei celle dei monaci si aprono una dopo l’altra sul lato, buie e vuote da secoli. Tranne una. Una delle celle è interamente tappezzata di ex voto: fotografie, immagini sacre, disegni e biglietti scritti a mano, qualche oggetto lasciato da chi è passato portando con sé qualcosa di pesante. È il segno più diretto che questo posto non è solo storia o archeologia devozionale: c’è gente che ci torna, che ci porta i propri problemi, che si aspetta ancora qualcosa da queste rocce.

Le entrate sono basse e per accedervi occorre chinare il capo. Molti si sono chiesti il motivo di queste ridotte dimensioni. Tra le varie ipotesi più avvalorate c’è la piccola statura dei monaci, oppure un metodo per evitare la dispersione del calore e quella, senz’altro più suggestiva, di fare un inchino quasi obbligatorio uscendo per rispetto nei confronti del Signore.
Cappella delle Sette Marie e il Compianto in terracotta del 1510

Al di sotto di qualche scalino si trova la Cappella delle Sette Marie, che contiene uno dei tesori nascosti di questo posto: un Compianto in terracotta policroma del 1510, opera di Francesco Gagliardelli, con diciassette figure tra apostoli, angeli e donne attorno al Cristo deposto, con cinque angeli sospesi al soffitto. Le sculture sono state deteriorate dal tempo e mai restaurate, ma il gruppo centrale ha ancora una forza che sorprende. Sul retro si trova un affresco rappresentante la deposizione di Gesù e proprio difronte le statue di sette vergini.
La Loggia sospesa e la grotta di San Venanzio sull’Aterno

Dal corridoio sul lato orientale, dove si aprono le antiche celle degli eremiti, si raggiunge la Loggia sospesa sul fiume, costruita nel XVI secolo per rendere più agevole l’accesso alla grotta del Santo. Da qui si gode di un’impareggiabile vista sulle pareti rocciose e sul torrente sottostante.
Su una delle pareti di pietra si trova un’incisione a forma di crocefisso, opera dello stesso San Venanzio, che indica il passaggio per un luogo santo.
Affacciandosi, il rumore dell’Aterno sale direttamente dal basso. Sulla parete opposta della gola si vede la piccola terrazza dove si trova una bandierina chiamata “Crocetta” che indica il luogo in cui Venanzio si raccoglieva in preghiera. La bandierina veniva sostituita una volta l’anno a Ferragosto. Purtroppo, in seguito ad una frana che qualche anno fa ne ha occluso il passaggio, questa tradizione non viene più onorata.
Proprio sotto la Loggia si trova la grotta dove, secondo la tradizione, Venanzio dormiva e dove si trova ancora il suo giaciglio di pietra che sembra aver assunto la forma del corpo del Santo. La guida ci ha detto che chi vi si sdraia si sente avvolto nella comodità della roccia. Una sensazione di pace e tranquillità che ho provato personalmente.

Sulla sinistra si trova invece il cd. “Sedile di Santa Rina”. Qui la guida si è fermata a parlarci della “litoterapia”, la cura per mezzo della pietra, pratica diffusa in molti eremi abruzzesi: ci si siede per lenire dolori artritici e reumatici, per la cura delle malattie renali e per favorire la fertilità delle donne.
La Scala Santa e il rito di purificazione dei pellegrini

Da qui si ha l’accesso alla Scala Santa: un cunicolo stretto, completamente scavato nella roccia viva, che sale verso il centro della chiesa attraverso dei gradoni di pietra liscia e non proprio agevoli.
La scala è stata il fulcro di un antico rito spirituale praticato dai fedeli in onore del Santo. Il rito consisteva nel prendere acqua e roccia lungo il percorso per arrivare all’Eremo e depositarli davanti all’altare centrale. Poi si scendeva la Scala Santa, si praticava lo “strofinamento” del corpo contro le rocce della grotta e poi si risaliva la scala recitando una preghiera per ogni scalino. Prima di andarsene i fedeli riprendevano l’acqua e la pietra che avevano lasciato.
Era un rito di purificazione che mescolava penitenza, guarigione e devozione in un modo che le parole faticano a separare.
⇒ Info utili: nell’Eremo si entra esclusivamente con visita guidata alle 11.30 e alle 12.30 (anche senza prenotazione). Dura circa mezz’ora ed ha un costo davvero simbolico: 2 euro a persona. Per i gruppi occorre rivolgersi direttamente all’Info Point in Piazza Umberto Postiglione a Raiano, accanto alla Chiesa di Santa Maria Maggiore.
La Maggiolata di Raiano: festa delle ciliegie e tradizione popolare
Dopo aver esplorato le suggestive gole di San Venanzio e visitato l’antico eremo scavato nella roccia, vale la pena fermarsi anche nel vicino borgo di Raiano, soprattutto all’inizio di giugno, quando il paese si anima con la storica Maggiolata – Sagra delle Ciliegie. Nata nel 1946, questa festa è una delle celebrazioni popolari più antiche dell’Abruzzo e rappresenta ancora oggi un momento autentico di incontro tra tradizione, gastronomia e cultura locale.
Passeggiando tra le vie del centro storico si viene accolti dal profumo delle ciliegie appena raccolte, protagoniste assolute della manifestazione insieme ai dolci tipici e ai prodotti della tradizione abruzzese. Stand gastronomici, musica dal vivo, canti folkloristici e i caratteristici carri allegorici trasformano il paese in una grande festa collettiva che coinvolge abitanti e visitatori. La sera, la “Notte Rosso Ciliegia” regala un’atmosfera ancora più vivace, tra luci, spettacoli e tavolate all’aperto.
Per chi visita la Valle Peligna, la Maggiolata è l’occasione perfetta per aggiungere al viaggio un’esperienza genuina, fatta di sapori locali, tradizioni contadine e convivialità abruzzese.
SULMONA, LA CITTÀ CHE NON TI ASPETTI

Ebbri da cotanta pace e bellezza, abbiamo proseguito la gita dirigendoci verso Sulmona, una vera e propria cittadina incastonata nella splendida cornice degli appennini e famosa in tutto il mondo per i suoi confetti.
Duemila anni sotto i piedi
La storia di Sulmona è stratificata e sorprendente, e spesso si nasconde proprio dove meno te lo aspetti. Le origini della città si perdono nella leggenda: il suo nome deriverebbe da Solimo, compagno di Enea in fuga da Troia, che qui avrebbe fondato la città attorno all’1100 a.C. Ma c’è un dettaglio concreto, quasi invisibile, che racconta meglio di ogni leggenda quanto questa città sia antica: il Corso Ovidio, la via principale che attraversa il centro da capo a fondo, è stato costruito esattamente sopra il cardo romano originale. Duemila anni di storia sotto i tuoi piedi, mentre passeggi tra le vetrine dei confettieri.
E non è un caso che proprio questa strada porti il nome del cittadino più illustre di Sulmona. Camminando lungo il tracciato dell’antico cardo romano, il passato della città continua infatti a intrecciarsi con la memoria di Publio Ovidio Nasone, il poeta che più di ogni altro ne celebrò l’identità e il legame con le sue acque.
Publio Ovidio Nasone nacque, infatti, a Sulmona il 20 marzo del 43 a.C. e mantenne per tutta la vita un legame profondo con la sua città natale, che celebrò nei suoi versi con la celebre frase: “Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis”, “Sulmona è la mia patria, ricchissima di gelide acque”. Ancora oggi questa citazione è incisa nei pressi dell’acquedotto medievale, lungo Corso Ovidio, e l’acronimo formato dalle iniziali delle parole latine, SMPE, è diventato il simbolo ufficiale della città.
Passeggiando nel centro storico è impossibile non imbattersi nella monumentale statua in bronzo dedicata al poeta, realizzata dallo scultore Ettore Ferrari e inaugurata nel 1925. Ogni anno, il 20 marzo, Sulmona rende omaggio al suo cittadino più illustre con il Dies Natalis, una manifestazione culturale che culmina con la tradizionale incoronazione della statua. Il legame con Ovidio supera però i confini abruzzesi: la città è infatti gemellata con Costanza, l’antica Tomi sul Mar Nero, dove il poeta trascorse gli anni dell’esilio fino alla morte, avvenuta nel 17 d.C.
Sulmona raggiunse il suo apice sotto Federico II di Svevia, che ne fece la capitale del Giustizierato d’Abruzzo, vi istituì una cattedra di diritto canonico e la scelse come sede di una delle sette grandi fiere annuali del suo regno.
Il Papa che disse no
E poi c’è Celestino V – quello del “gran rifiuto” dantesco – che visse come eremita sul Monte Morrone (poco distante da Sulmona) prima di essere trascinato suo malgrado al soglio pontificio nel 1294, lasciando in eredità al mondo la Perdonanza, una sorta di Giubileo ante litteram, riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO nel 2019.
Dante lo liquidò con poche parole, “Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto” (Inferno III, vv. 59-60), ma la questione è molto più intricata di quanto sembri. Dante colloca Celestino non all’Inferno vero e proprio, ma nell’Antinferno, tra gli ignavi: coloro che in vita non si schierarono mai né dal lato del bene né da quello del male. Una punizione quasi peggiore della dannazione: né il Paradiso né l’Inferno li vogliono, condannati a correre nudi in eterno dietro a un’insegna priva di significato, punzecchiati da vespe e mosconi. Per Dante il vero peccato di Celestino non era la santità, ma l’aver aperto la strada all’elezione di Bonifacio VIII, il papa che lo mandò in esilio e di cui il poeta era acerrimo nemico. Il “gran rifiuto” era, in fondo, anche una questione personale.
Ma non tutti erano d’accordo con Dante. Già i primi commentatori del Trecento lo identificarono con Pier da Morrone senza esitazioni. In alcune miniature dei codici più antichi si vede addirittura rappresentata, tra la folla degli ignavi che corrono nudi, un’anima con la tiara papale in testa. Ma nella seconda metà del secolo i dubbi crebbero, complice anche il peso dell’autorità letteraria di Petrarca, che nel De vita solitaria scrisse un’aperta apologia di Celestino, con evidente intenzione polemica nei confronti di Dante. Un duello a distanza tra i due più grandi poeti del Trecento, con un Papa eremita come oggetto del contendere.
Se Dante lo liquidò con tre parole, il Petrarca la vide diversamente, definendo la rinuncia il coraggio di uno spirito altissimo e libero, consapevole della propria inesperienza delle cose umane, “trascurate per contemplare troppo le divine”.
La storia ha dato ragione al Petrarca: ciò che Dante chiamò viltà, i secoli successivi hanno riletto come il coraggio di chi rifiuta il potere. Celestino V fu canonizzato nel 1313, appena diciassette anni dopo la morte. Dante era ancora vivo.
Un eremita che non voleva essere Papa
Ma la storia di Pietro Angelerio – questo era il suo vero nome – merita di essere raccontata per intero, perché è una di quelle storie che sembrano inventate.
Era il penultimo di dodici figli, nato nel Molise intorno al 1210. Camminando verso Roma per farsi ordinare sacerdote, fu bloccato da una nevicata e trascorse anni in una grotta sul monte Porrara prima di riprendere il viaggio. Tornato in Abruzzo, si stabilì nei pressi di Sulmona e poi sulla Maiella, fondando eremi e piccole comunità monastiche sparse per queste montagne. Il Morrone che si vede alle spalle di Piazza Garibaldi è esattamente quello dove visse per oltre cinquant’anni.
L’aneddoto che quasi nessuno racconta è il momento in cui Pietro scoprì di essere diventato Papa. Era nell’eremo di Sant’Onofrio, stava osservando il digiuno penitenziale in onore della Vergine Assunta, quando fu raggiunto dalla notizia della sua elezione. La tradizione racconta che il Crocifisso davanti al quale pregava accennò con il capo, e solo allora Pietro pronunciò le parole di accettazione: “Do il mio assenso ai voti del Sacro Collegio ed accetto il Sommo pontificato. Mi aiuti il Signore a portarne il gravissimo giogo”. Un uomo di ottantaquattro anni, eremita da decenni, che accetta il peso del mondo intero perché un crocifisso ha mosso la testa.
Dopo soli quattro mesi rinunciò al papato e tornò a rifugiarsi qui, sul Morrone, ricercato dal suo successore Bonifacio VIII. Tentò di fuggire verso la Grecia, naufragò sulla spiaggia di Vieste, fu catturato e rinchiuso a Castello di Fumone (in provincia di Frosinone), dove morì il 19 maggio 1296.
C’è poi un dettaglio modernissimo che chiude questo cerchio in modo quasi incredibile. Nel 2009, dopo il terremoto che devastò L’Aquila, Papa Benedetto XVI si recò in preghiera nella basilica di Collemaggio e posò sulla teca contenente le spoglie di Celestino V il pallio, il paramento liturgico ricevuto il giorno della propria elezione a Papa. Quattro anni dopo, Benedetto XVI rinunciò al papato. Il primo a farlo dopo Celestino V, settecento anni prima. Coincidenza o no, fa venire i brividi.
L’eremo di Sant’Onofrio è raggiungibile a piedi in circa venti minuti dalla frazione Badia di Sulmona. Vale ogni passo.
⇒ Nella sezione Un libro nello zaino trovi i nostri consigli di lettura per accompagnare il tuo viaggio in questo angolo d’Abruzzo.
Una leggenda golosa
E, per chiudere con una nota più leggera, c’è Giacomo Leopardi. Si dice che il poeta di Recanati fosse ghiottissimo dei confetti sulmonesi nella varietà “cannellini” – quelli lunghi e sottili con il cuore di cannella, che richiedono fino a cinque giorni di lavorazione – e che ne fosse morto.
Non è del tutto una leggenda. Il 13 giugno 1837, onomastico del suo ospite Antonio Ranieri a Napoli, la sorella di lui, Paolina, portò in casa svariati cartocci di confetti cannellini di Sulmona. Leopardi ne mangiò un intero cartoccio – circa 1,5 kg, mica i sacchettini da matrimonio eh! – attaccò il secondo, poi il terzo, fino a un malore che lo costrinse a fermarsi. La mattina successiva il poeta non si svegliò più.
La tesi che i confetti ne abbiano causato la morte – Leopardi era probabilmente diabetico e quella sera aveva alternato confetti, minestrina calda e granita di limone fredda – fu avanzata dal critico letterario Leon Treich nell’Almanach des Lettres, che sostenne di essersi procurato trecento dei confetti rimasti per donarli in parte al museo gastronomico di Sulmona. La causa ufficiale della morte resta il colera, ma la storia dei confetti non è mai stata del tutto smentita.

Al museo della Fabbrica Pelino di Sulmona, fondata nel 1783, c’è ancora oggi una teca con un piccolo cofanetto che conserva alcuni di quei confetti cannellini trovati al capezzale del poeta, donati dagli eredi di Ranieri al collezionista Nicola Ruggiero, che li ha poi lasciati al museo. Sono bianchi, corrosi dal tempo, quasi irriconoscibili. Ma sono lì.
Tra le numerose testimonianze storiche dedicate ai confetti compare anche quella di Giovanni Boccaccio che, nel Decameron, racconta come durante i matrimoni fosse usanza lanciare queste dolci “confetture” sugli sposi in segno di buon auspicio. Nel XV secolo nacquero poi i primi mazzolini di fiori di confetto avvolti nella seta, anticipando l’evoluzione che avrebbe portato, nel Seicento, alla definizione del confetto così come lo conosciamo oggi: un prodotto raffinato, simbolo di festa e tradizione, apprezzato ben oltre i confini italiani.
La prossima volta che acquisti un sacchetto di confetti a Sulmona, sai cosa stai comprando.
L’acquedotto che ha un autore

Abbiamo lasciato la macchina in uno dei tanti parcheggi liberi appena fuori le mura del centro storico e ci siamo incamminati, in salita, tra i vicoletti caratteristici che conducono alla centrale Piazza Garibaldi – una delle piazze più grandi del centro-sud Italia – dominata sul lato occidentale dall’Acquedotto Medievale, il monumento simbolo della città. Costruito nel 1256 durante il regno di Re Manfredi di Svevia, l’acquedotto convogliava le acque del fiume Gizio attraverso magnifiche arcate ogivali in pietra calcarea locale, per irrigare gli orti cittadini, alimentare i mulini e far zampillare le fontane della città di Sulmona.

Quello che pochi sanno è che tra il 7° e l’8° arco si trova una lapide in caratteri teutonici (gotici) che vale la pena cercare. I versi incisi recitano: “Corre di qui il fiume; guarda l’eccelso grado di questa imperitura muraria struttura. È lode dei Sulmontini, la cui operosità volle si realizzasse, portando a tal forma, per arte di Durante innalzando, utile ornamento della Città”. Ciò che rende questa iscrizione straordinaria, quasi unica per l’epoca, è la firma in chiusura: il nome dell’architetto, Durante. Nel Medioevo gli artefici delle grandi opere restavano quasi sempre anonimi. Qualcuno, qui, invece volle essere ricordato.
Il portale che cambiò chiesa

Su questa piazza si affaccia la chiesa di San Filippo Neri, che nasconde una storia curiosa nella sua stessa facciata. La costruzione della chiesa e dell’annesso oratorio iniziò a metà del XVII secolo e fu completata nel 1677; dopo i danni del terremoto del 1706, fu ricostruita tra il 1785 e il 1794 per generosità del barone Giambattista Mazara, in occasione della visita del re Ferdinando IV di Borbone. Ma il portale gotico che oggi la impreziosisce non è suo: apparteneva alla chiesa di Sant’Agostino, andata completamente distrutta nel terremoto del 1706 e mai più ricostruita, e nel 1885 fu smontata e ricollocata sulla facciata di San Filippo Neri dalla Commissione Provinciale per la conservazione dei monumenti. Un portale che ha cambiato chiesa, ma non ha perso nulla della sua bellezza.

La scalinata e il portale sopravvissuto
Con le spalle alla chiesa si può ammirare in tutto il suo splendore l’Acquedotto Medievale, che a destra culmina con la scalinata della chiesa di San Francesco della Scarpa, in cima alla quale si apre il suo monumentale portale gotico. La chiesa è documentata già nel 1241, ma fu riedificata e ampliata nel 1290 per volontà di re Carlo II d’Angiò, con l’ambizione di farne la chiesa francescana medievale più importante d’Abruzzo. Il portale che precede la scalinata è rimasto quasi intatto attraverso i secoli: la profonda strombatura ad arco, con sei colonnine lisce e cinque pilastrini per lato che sostengono undici archi degradanti verso la lunetta, è probabilmente opera dello stesso Nicola di Salvitto che progettò la facciata della cattedrale di San Panfilo.

Nella lunetta, un affresco della Madonna col Bambino tra San Francesco e la Maddalena – dipinto nei primi del Cinquecento – resiste ancora, quasi per miracolo, all’incuria del tempo.Scendendo dal portale di San Francesco, vale la pena fare una deviazione verso la Cattedrale di San Panfilo, la chiesa madre di Sulmona, documentata fin dall’XI secolo e trasformata più volte nel corso dei secoli. La facciata racconta ancora oggi questa lunga stratificazione: le absidi romaniche superstiti convivono con il portale gotico del Trecento e con i rifacimenti barocchi successivi al terremoto del 1706.
All’interno, la cripta custodisce le reliquie di San Panfilo, vescovo del IV secolo e patrono della città, in uno spazio che conserva la quiete e la continuità della devozione medievale. Anche qui, come nel resto di Sulmona, ogni dettaglio sembra aggiungere un nuovo strato al racconto della città.
La sosta giusta

Qui, tra le colorate bancarelle del mercato e i tanti localini con i tavoli all’aperto, abbaiamo trovato la sosta giusta quasi per caso, come spesso accade nei posti migliori. Un bistrot nel cuore di Piazza Garibaldi: tavoli all’aperto sotto gli ombrelloni, un’atmosfera sobria e moderna che funziona tanto da bar quanto da ristorante, senza scegliere tra i due. L’ambiente interno rispecchia lo stesso carattere: pulito, accogliente, senza fronzoli.
In cucina, i prodotti del territorio vengono trattati con rispetto e fantasia. Abbiamo ordinato un piatto di verdure miste che era quasi un manifesto della stagione: grigliate, gratin, timballi, parmigiana. Ciascuna preparazione con la sua personalità, tutte insieme generose fino all’imbarazzo. Poi i tonnarelli all’uovo fatti in casa, con zafferano locale, guanciale e burrata: uno di quei piatti semplici sulla carta che tradiscono ore di lavoro dietro le quinte. La pasta era la loro, come tutti gli altri formati del menu, e si sentiva.
Da bere, un Pecorino autoctono, fresco e minerale quanto basta per reggere il peso del pranzo senza sovrastarlo. Non è un’affiliazione: è solo un posto che ci ha fatto stare bene. E in una giornata già bella, non era poco.
Il sole, l’aria fresca e la quiete della pausa pranzo ci hanno permesso di apprezzare nel migliore dei modi questa piccola città ricca di storia e fascino.
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SANTO SPIRITO AL MORRONE E LA STORIA DI CELESTINO V

Dal centro di Sulmona, a soli cinque chilometri, si arriva quasi per inerzia all’Abbazia di Santo Spirito al Morrone. Il nome della frazione in cui sorge, Badia, dice tutto: il luogo ha preso il nome dall’abbazia, e non il contrario. Visto dall’esterno, con le sue mura quadrangolari e le torri angolari, assomiglia più a una fortezza che a un monastero. È solo entrando che si capisce cosa si nasconde dentro.
Le origini sono ovviamente legate a Pietro Angelerio. Siamo sempre lì, su questo Morrone che sembra tenere i fili di tutta la storia della Valle Peligna. Nel settembre del 1293 fu proprio qui che si tenne il Capitolo Generale dell’Ordine dei Celestini e l’abbazia fu dichiarata sede dell’Abate Supremo. L’anno successivo, in queste stesse stanze, la delegazione partita dal conclave di Perugia consegnò a Pietro il decreto ufficiale di nomina a pontefice. Qui, quindi, cominciò tutto, o meglio, qui cominciò quella storia che si sarebbe conclusa con il gran rifiuto.
Dai Celestini al carcere borbonico: la storia nascosta dell’abbazia
Ma c’è un capitolo che quasi nessuna guida racconta. Con la soppressione degli ordini monastici nel 1807, questa abbazia fondata da un futuro papa e casa madre dei Celestini fu trasformata prima in collegio, poi in ospizio, poi in casa di mendicità e infine in carcere, funzione che mantenne fino al 1993. Quasi due secoli di prigione dentro le mura di un monastero fondato da un santo. Camminando nei cortili, sapendolo, li si guarda con occhi completamente diversi.
Il carcere dei patrioti: l’abbazia tra Risorgimento e prigionia
Non fu un carcere qualsiasi. Nell’Ottocento, sotto il Regno delle Due Sicilie, tra le mura di questo monastero fondato da un santo furono rinchiusi anche detenuti politici, carbonari, liberali, patrioti del Risorgimento che il regime borbonico considerava pericolosi. Uomini che avevano lottato per idee, finiti a scontare la pena nello stesso posto dove secoli prima i monaci avevano copiato manoscritti e pregato. Camminando nei corridoi, sapendolo, il peso di quei muri cambia natura un’altra volta.
Il cortile dei Platani: il primo silenzio dell’abbazia

Prima di entrare in chiesa ci fermiamo nel cortile dei Platani. Non ci aspettavamo questo. Dopo le mura esterne che sembrano quelle di una fortezza, dopo il portale stretto che è quasi un filtro, il cortile si apre all’improvviso in una vastità silenziosa che toglie il fiato. Gli alberi sono altissimi – platani centenari che proiettano ombre lunghe sul selciato – e tutto intorno file di iris viola in piena fioritura colorano ogni angolo, come se qualcuno li avesse piantati apposta per ammorbidire la pietra. La luce del primo pomeriggio entra obliqua, tagliente, e divide il cortile in due metà nette: una in pieno sole, l’altra già nell’ombra fresca.
Ci fermiano un momento senza dirci nulla. È uno di quei posti che non hanno bisogno di spiegazioni. Non sai bene se stai in un monastero, in un giardino, o in qualcosa che non ha ancora un nome. Pensi che qui i monaci ci hanno vissuto per secoli, poi i detenuti per quasi altrettanti, e adesso ci sei tu con una macchina fotografica in mano e gli occhi colmi di meraviglia. E il cortile è rimasto lo stesso.
La Perdonanza di Celestino V: la prima indulgenza della storia
C’è un altro filo che parte da queste stanze e arriva fino a oggi. Nel 1294, poco prima di essere trascinato sul soglio pontificio, Celestino V emanò da qui una bolla che istituiva la Perdonanza: un’indulgenza plenaria concessa a tutti i fedeli che, confessati e pentiti, si fossero recati nella basilica di Collemaggio all’Aquila tra il tramonto del 28 e il tramonto del 29 agosto. Era la prima indulgenza plenaria della storia cristiana, e anticipava di sei anni il primo Giubileo di Bonifacio VIII del 1300. Quello stesso Bonifacio che Dante avrebbe poi messo all’Inferno, e che aveva tutto l’interesse a far dimenticare il precedente. La Perdonanza si celebra ancora ogni anno all’Aquila, e nel 2019 è stata riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO nel 2019. Tutto è cominciato qui, in questo cortile con i platani centenari e gli iris viola.
Cosa si nasconde nei marmi

La chiesa settecentesca ha una facciata che sorprende: di gusto borrominiano richiama esplicitamente il San Carlo alle Quattro Fontane di Roma. Un rimando colto, quasi sfacciato, per un’abbazia di montagna. Dentro, l’ambiente è luminoso e raccolto: pianta a croce greca, cupola centrale, marmi policromi dappertutto. Le tele che decoravano gli altari laterali non ci sono più, oggi sono al Museo Civico di Sulmona, ma i cartelli le descrivono e uno in particolare vale la pena leggere.
L’altare di destra era dedicato a San Benedetto e ospitava una tela di Anton Raphael Mengs, pittore boemo tra i più importanti del Settecento europeo, commissionata dal priore dei Celestini di Roma. Una firma d’autore in un’abbazia di provincia, un segnale, sottolinea il cartello, che l’Abruzzo del Settecento stava finalmente guardando verso Roma invece che verso Napoli, dopo secoli di influenza napoletana. L’altare di sinistra era invece dedicato a San Pietro Celestino, con una tela del 1750 di Giovanni Conca, artista così legato al più celebre cugino Sebastiano che i contemporanei lo confondevano con lui.
Marmi, stemmi e simboli nascosti nella chiesa di Santo Spirito

Ma sono i simboli intarsiati nei marmi a fermarci più a lungo. Sulle ante laterali di entrambi gli altari campeggia uno stemma araldico eseguito con una precisione quasi incredibile nella pietra: marmo rosso, nero, verde, oro, bianco. Uno degli scudi porta una croce con elementi vegetali, simbolo dell’Ordine Celestino. L’altro mostra un’aquila nera su fondo a scacchi bianchi e neri, stemma di una delle grandi famiglie nobiliari abruzzesi che finanziarono la chiesa, i Caldora o i Cantelmo. Sopra ogni scudo, il galero nero con i fiocchi pendenti indica il rango ecclesiastico del committente.
Il corvo di San Benedetto: il simbolo nascosto nei pavimenti

E poi, ai piedi degli altari, nel pavimento e nei rivestimenti laterali, si ripete un motivo che a prima vista sembra solo decorativo: un uccello nero in volo che porta qualcosa di rosso nel becco. Se non sai cos’è, passi oltre. Se lo sai, non riesci a smettere di cercarlo. È un corvo con un pane, il simbolo di San Benedetto. La leggenda dice che un corvo salvò il santo portando via il pane avvelenato che un monaco invidioso aveva preparato per lui. Da allora il corvo è il suo segno. È ovunque, in questa chiesa, se sai cosa stai guardando.
C’è poi una targa di marmo bianco sull’altare dedicato a San Pietro Celestino e al suo discepolo Roberto da Salle che ci fermiamo a leggere fino in fondo. Quattro versi latini: “Tu che fosti compagno di Pietro nell’antro del Morrone, qui torni di nuovo come compagno, o divino Roberto; veneriamo dunque insieme sull’unico altare coloro che, uguali, l’Amore e la Pietà portarono alle stelle”. Un’amicizia tra un eremita e il suo discepolo, incisa nel marmo, in un posto dove entrambi avevano pregato. Difficile restare indifferenti.
La cripta dell’Abbazia di Santo Spirito: dove pregava Pietro Angelerio

Scendiamo nella cripta e il tempo fa un salto all’indietro di ottocento anni. La luce è bassa, le volte a crociera pesano sopra la testa, e il silenzio ha una qualità diversa da quello dei piani superiori: più denso, più antico. È qui che Pietro Angelerio pregava quando arrivò per la prima volta alle pendici del Morrone. Prima degli eremi, prima dell’abbazia, prima del papato. Questo posto viene prima di tutto.
La colonna storta e la bellezza delle imperfezioni

Le colonne sono diverse l’una dall’altra, come se ogni epoca avesse portato la sua. Ma è una in particolare che cattura l’attenzione: la colonna centrale è storta. Non leggermente, non per un difetto di prospettiva: è visibilmente inclinata, il fusto deviato dall’asse, il capitello cubico che sembra tenersi in equilibrio per abitudine più che per geometria. Secoli di terremoti hanno fatto il loro lavoro e nessuno l’ha raddrizzata. Forse perché regge lo stesso, forse perché nessuno ha avuto il coraggio di toccarla. O forse perché in questo posto le imperfezioni raccontano più delle cose perfette.

In una nicchia sul fondo, un affresco del XIV secolo ritrae Pietro con il saio monacale, non con la tiara papale, non con i paramenti pontifici. Con il saio. Il pittore, rimasto anonimo, ha scelto di ricordarlo com’era prima, non com’è diventato. Forse è il ritratto più onesto che esista di quest’uomo.
Il cortile delle rose e la vita che resiste nel monastero
Risaliamo in superficie e dal cortile dei Platani ci spostiamo verso il cortile laterale che conduce al refettorio. Qui la sorpresa è tutta nei colori: rose – tante, di colori diversi – crescono lungo le mura e ai piedi delle pareti con una naturalezza quasi selvatica, come se nessuno le avesse piantate apposta ma fossero arrivate da sole, nel tempo. Il contrasto con la pietra grigia è straniante nel senso migliore: un posto che è stato monastero, poi carcere, poi museo, e adesso ha le rose. C’è qualcosa di ostinato in questa bellezza.
Il cortile dei Nobili, quello con il porticato decorato a stucco e la vista sul campanile cinquecentesco, lo intravediamo invece da lontano, transennato, in attesa di restauro. Lo guardiamo dal cancello con una certa malinconia. Sette secoli di storia e ancora qualcosa da finire. In fondo, neanche questo è poi tanto strano.
Dal cortile delle rose si entra in un’area ampia, sospesa, silenziosa. Si cammina e non si capisce subito dove si sta andando.
Il refettorio monumentale: 34 metri di pitture e silenzio

Entriamo nel refettorio e capiamo perché ci siamo fermati: ci voleva un respiro prima.
È una sala lunga 34 metri e larga 8. Le dimensioni di una navata di chiesa, non di una sala da pranzo. L’aria ha quella qualità particolare dei posti dove il tempo si è depositato in strati: non pesa, non opprime, ma si sente. Come se ogni cosa fosse ancora al suo posto anche se non lo è più da secoli.
Le pareti sono interamente coperte da pitture murali monocrome – grigio, ocra, bianco – realizzate tra il 1717 e il 1719 da frate Joseph Martinez, un monaco oblato celestino che evidentemente sapeva dipingere.

Alle due estremità, nelle grandi lunette, le Nozze di Cana e l’Ultima Cena si fronteggiano come i due poli di uno stesso racconto. Il primo pasto pubblico di Gesù e l’ultimo, a chiudere un cerchio. Lungo le pareti, scene del Vecchio Testamento e storie della vita di Celestino V si alternano dentro cornici di stucco elaborate, con telamoni – figure maschili che reggono il peso delle cornici – sospesi nel vuoto. I mobili originali sono spariti da secoli e le figure sembrano ancora aspettarli.
In alto, otto medaglioni con le virtù cardinali e teologali guardano dall’alto questa sala che per più di un secolo è stata una falegnameria del carcere. Uno strato di calce sopra uno strato di nero fumo: così i dipinti hanno aspettato il restauro. Che siano ancora qui – nitidi, quasi freschi – sembra un miracolo. O forse solo una questione di pazienza, che in un posto del genere non è mai mancata.
La scala monumentale e l’eleganza della pietra della Maiella

Poi, in fondo a sinistra, oltre un portone, si intravede qualcosa. Ci avviciniamo e la scala monumentale appare tutta insieme, come se aspettasse di essere scoperta: due gradinate simmetriche in pietra bianca della Maiella che scendono aprendosi a tenaglia, con le balaustre scolpite con lo stemma papale di Celestino V e quello dell’Ordine dei Celestini. Fu costruita dopo il terremoto del 1706 per risolvere un semplice problema tecnico: un dislivello di piano tra due ali del monastero. Un problema tecnico risolto con una soluzione di grande eleganza. Ci fermiamo un momento prima di andarcene, come si fa davanti a una cosa bella.
L’oro rosso della Valle Peligna

La sorpresa finale è nascosta in due stanze che affacciano sul cortile interno: la Galleria dell’Aglio Rosso di Sulmona. L’aglio rosso di Sulmona è una varietà unica: le zolle si raccolgono rigorosamente a mano, le teste devono misurare tra i 4,5 e i 5,5 centimetri, e il contenuto di principi attivi è così elevato da conferirgli proprietà antisettiche e antibiotiche documentate. Gli allevatori lo davano agli animali per purificarli, i contadini lo usavano contro gli insetti. Nei primi anni 2000 rischiò l’estinzione, soppiantato da varietà spagnole e francesi più produttive, fino a quando un’azione di recupero della Regione Abruzzo riuscì a salvarlo e a farlo certificare nel Registro Nazionale delle Varietà.
La raccolta avviene a giugno, rigorosamente a mano, testa per testa. Dopo l’essiccatura, le teste vengono intrecciate in lunghe trecce chiamate reste – a volte lunghe anche un metro – che si appendono nelle cantine e nei portici a completare la stagionatura. È un’immagine che appartiene ancora al paesaggio della Valle Peligna, nelle case dei contadini che lo coltivano: file di reste appese nell’ombra, con quel colore tra il bianco e il rosso ramato che ha dato al prodotto il suo nome.
Il museo lo racconta con filmati, macchinari antichi e fotografie. Trovarlo in un’abbazia medievale, tra affreschi trecenteschi e chiostri silenziosi, è uno di quegli accostamenti che solo l’Abruzzo sa produrre senza che sembri forzato. Usciamo con la sensazione di aver visto troppe cose belle in un solo pomeriggio.
Per informazioni su orari di apertura, prenotazione biglietti e costi, visita il sito ufficiale del Ministero della Cultura.
⇒ Se vuoi esplorare la Valle Peligna con una guida esperta, qui trovi tour ed esperienze selezionate nella zona.
CORFINIO: DOVE L’ITALIA HA UN NOME E UNA DATA

Prima di rimetterci in viaggio verso casa abbiamo fatto un’ultima deviazione, una di quelle che sembrano marginali e invece restano addosso più di tutto il resto. Siamo arrivati a Corfinio attraversando una valle che non ha bisogno di presentazioni, perché si impone da sola con la sua misura raccolta e antica. E lì ho scoperto una cosa che cambia il modo di guardare questo piccolo borgo di poco più di mille abitanti affacciato sull’Aterno: è qui che, per la prima volta, la parola “Italia” ha assunto un significato politico.
Nel 91 a.C., durante la Guerra Sociale, i popoli italici in rivolta contro Roma elessero Corfinium capitale della loro confederazione e le diedero un nome nuovo: Italia. Un nome che non era ancora nazione, ma già idea di patria comune. Durò pochissimo, meno di un anno, ma abbastanza da lasciare un segno nella storia.
La Concattedrale di San Pelino e i resti dell’antica Corfinium
Ed è proprio davanti alla basilica che questa memoria diventa quasi tangibile. Nel prato antistante la Concattedrale di San Pelino, sul lato sinistro, si trovano alcuni grandi frammenti in pietra, porzioni di archi antichi ricomposti e lasciati lì come testimonianza materiale del passato del sito. Su uno di questi è fissata una targa marmorea che, più di ogni spiegazione, riassume il senso del luogo. Recita: “In questi luoghi sorgeva l’antica Corfinium, cuore della terra peligna, assurta a capitale dei confederati del I sec. a.C. e ribattezzata Italia. Sacro nome primieramente qui acclamato, auspicio all’unione di tutte le genti della penisola nella patria comune. Nel bimillenario ovidiano MCMLVIII.”

E subito sotto, quasi a chiudere il cerchio tra storia e memoria poetica, una citazione in latino da Ovidio: “Pelignae dicar gloria gentis ego quam sua libertas ad honesta coegerat arma cum timuit socias Anzia Roma manus”.
È un passaggio che trasforma quei frammenti di pietra in qualcosa di più di un reperto: diventano una soglia simbolica, un punto in cui la storia non è più solo ciò che è accaduto, ma ciò che continua a essere ricordato e interpretato.
La Basilica di San Pelino: tra romanico e stratificazioni barocche
La Basilica Concattedrale di San Pelino venne iniziata nel 1075 dal vescovo Trasmondo e completata nel 1124. Sorge probabilmente sul luogo della sepoltura o del martirio di San Pelino, vescovo di Brindisi. Ma ciò che colpisce, ancora prima di entrare, è proprio questo dialogo tra le pietre sparse all’esterno e l’architettura che le sovrasta.
Entrando, la sensazione cambia ancora. L’interno è ampio, austero, attraversato da una luce morbida che mette in risalto i pilastri e gli archi delle tre navate. La struttura romanica è chiarissima, ma convivono con essa gli interventi barocchi successivi, senza che uno cancelli l’altro. Restano insieme, stratificati, come se il tempo qui avesse scelto di non semplificare nulla.
Ci sono dettagli che bisogna quasi cercare. Una Madonna col Bambino del XII secolo scolpita nella pietra, un ambone medievale decorato con motivi floreali, frammenti di affreschi sopravvissuti per caso, il coro ligneo settecentesco. Ogni elemento sembra trattenere una parte di tempo, senza mai esibirla.

Sul lato destro della basilica si trova anche l’Oratorio di Sant’Alessandro, più raccolto e quasi appartato, con la sua torre che gli dà un profilo da piccola struttura fortificata. È uno spazio che sembra vivere accanto alla chiesa principale, non dentro la sua ombra.
E forse è proprio questo il segreto di Corfinio. Non è un luogo di passaggio. Bisogna volerci arrivare. Ma quando succede, ci si accorge che certe deviazioni valgono il viaggio molto più della strada principale.
IL CONTO DELLA GIORNATA
Siamo ripartiti nel tardo pomeriggio con la sensazione di aver fatto molto più di una gita fuori porta.
Tirando le somme di una giornata che era partita come una fuga dal caos del lungo weekend, il bilancio era imbarazzante: un canyon con un acquedotto romano che quasi nessuno sa che esiste, un eremo sospeso su un fiume con dentro un Compianto del 1510 e una grotta dove la gente si sdraia ancora sulla roccia per guarire i dolori alle ginocchia, una città che ha duemila anni di storia sotto i sampietrini e lo sa benissimo, un’abbazia che è stata monastero, sede papale, carcere politico e adesso museo: tutto nel raggio di venti chilometri.
Avremmo potuto andare al mare.
C’è un tipo di viaggio che si pianifica e un tipo che si trova. Questo apparteneva al secondo.
Una sensazione che avevamo già provato visitando Calcata in autunno, uno di quei luoghi che sorprendono proprio quando non ci si aspetta nulla.
La Valle Peligna non si annuncia, non si promuove con particolare insistenza, non ha un’autostrada dell’informazione turistica che ti prepara a quello che stai per vedere. Arriva tutta insieme, come arriva il rumore del fiume quando entri nelle gole: prima non c’è, poi c’è, e non capisci bene quando è cominciato.
Quello che rimane, a distanza di qualche ora, è una sensazione precisa: di aver visto posti che esistono da secoli indipendentemente da noi, che continueranno a esistere dopo, e che per qualche ora ci hanno concesso di starci dentro. L’eremo con le sue pietre consumate dai pellegrini. Il cortile dei Platani con gli iris viola. La scala santa nel buio. Il refettorio con gli affreschi sopravvissuti alla calce e al fumo. L’acquedotto con la firma dell’architetto. I confetti di Leopardi nella teca. Il luogo che ha dato il nome alla nazione.
Ognuno di questi posti ha la sua storia, e tutte le storie convergono nella stessa direzione: quella di un territorio che non ha mai smesso di essere vissuto, stratificato, raccontato. Che porta i segni di chi ci ha passato – per scelta o per necessità, da santo o da detenuto, da poeta o da pellegrino – e li tiene tutti insieme senza fare troppe distinzioni.
Siamo tornati a casa con la lista mentale delle cose da vedere la prossima volta. Perché c’è sempre una prossima volta, con i posti fatti così.
UN LIBRO NELLO ZAINO
Sentendo il nome Celestino, la mente corre subito alla fortunatissima serie di James Redfield. Ma il Celestino che aleggia su Sulmona è un’altra cosa: è carne, pietra e storia vera, un eremita che divenne papa suo malgrado, e che scelse di rinunciare alla tiara quando il mondo intero lo osservava.
Se vuoi arrivare qui con qualcosa di più in tasca, ecco cosa abbiamo messo nello zaino.
L’avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone: la storia di Pietro Angelerio raccontata con la forza di un romanzo, per capire chi era davvero l’uomo prima del papa. L’inganno del gran riufiuto di Barbara Frale: il contrappunto storico e documentato per chi vuole i fatti oltre la leggenda. De vita solitaria di Francesco Petrarca: il testo in cui Petrarca difende Celestino contro Dante, il duello letterario citato nell’articolo, da leggere per scegliere da che parte stare. Fontamara e Il segreto di Luca sempre di Silone, perché nessuno conosce l’anima di questo entroterra meglio di lui. Due paeselli d’Abruzzo di Benedetto Croce: le due monografie storiche con cui il filosofo racconta i borghi abruzzesi della sua famiglia, Montenerodomo e Pescasseroli. Una prosa arcaica e precisa, che restituisce l’amore di Croce per questo entroterra. Lo stesso che lo portava spesso a Raiano, dove lasciò quelle note sulle gole che abbiamo citato nell’articolo.
⇒ Li trovi con le descrizioni nella pagina dedicata di Un libro nello zaino.
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COME ARRIVARE IN VALLE PELIGNA
La Valle Peligna è uno di quei posti che la geografia ha posizionato bene – nel cuore dell’Abruzzo, equidistante da Roma, Napoli e Pescara – ma che la logistica dei trasporti pubblici ha deciso di rendere comoda solo a metà.
In auto
È di gran lunga la scelta più libera, e per visitare le Gole di San Venanzio e l’abbazia di Santo Spirito è praticamente indispensabile.
Da Roma si percorre l’A24 fino a L’Aquila e poi l’A25 in direzione Pescara, uscendo a Sulmona-Pratola Peligna: poco più di un’ora e mezza in condizioni normali.
Da Napoli si sale verso Caianello, si prosegue per Venafro e Roccaraso e si scende in valle lungo la SS17: circa due ore.
Da Pescara basta l’A25 in direzione Roma, stessa uscita: meno di un’ora.
L’auto permette di muoversi tra le tappe con libertà – Raiano dista una ventina di minuti da Sulmona, l’abbazia cinque – e di raggiungere i parcheggi vicini alle gole, che altrimenti richiederebbero un trasferimento in più.
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In treno
Sulmona è collegata direttamente con Roma Termini con un paio di intercity al giorno, per una percorrenza di circa due ore e mezza.
Da Pescara i regionali di Trenitalia coprono la tratta in poco più di un’ora con cambi a Popoli. La stazione di Sulmona si trova a circa due chilometri dal centro storico, raggiungibile a piedi in venti minuti o con i bus urbani.
Il problema sorge per le tappe fuori città: le Gole di San Venanzio e l’abbazia di Santo Spirito non sono raggiungibili a piedi dalla stazione in tempi ragionevoli, e i bus locali TUA hanno frequenze ridotte, soprattutto nei weekend e nei giorni festivi, esattamente quando si è più portati a fare questo tipo di gita.
⇒ Chi arriva in treno e vuole muoversi tra le tappe senza rinunciare alla comodità può valutare un trasferimento privato: autisti verificati, prezzo concordato in anticipo e nessuna sorpresa.
In autobus
Da Roma la compagnia TUA collega la Tiburtina a Sulmona con alcune corse giornaliere, in circa tre ore.
È l’opzione più economica ma anche la meno flessibile: gli orari non sempre si adattano a una giornata di visita, e vale la pena verificare con attenzione sul sito tuabruzzo.it prima di partire, tenendo conto che alcune corse non entrano in centro città ma si fermano all’uscita autostradale, a undici chilometri dal centro.
⇒ Per chi preferisce non guidare, qui puoi confrontare in un colpo solo treni, autobus e coincidenze da Roma, Napoli e Pescara verso Sulmona, con orari aggiornati e prenotazione diretta.
Una nota a parte merita la Ferrovia dei Parchi, conosciuta anche come Transiberiana d’Italia: il treno storico che ogni sabato e domenica parte da Sulmona e risale la Valle Peligna fino a Roccaraso e oltre, attraversando borghi, viadotti e paesaggi di montagna su carrozze d’epoca degli anni Venti e Trenta. Non è un mezzo per visitare le tappe di questo itinerario, ma un’esperienza a sé, da pianificare in una giornata dedicata. Ma se si è già in zona, vale la pena tenerla a mente. Le prenotazioni si fanno sul sito ferroviadeiparchi.it.
Un consiglio pratico: chiunque voglia fare in un giorno le Gole, Sulmona e l’abbazia – come abbiamo fatto noi – ha bisogno di un’auto. I tre luoghi sono distanti tra loro quanto basta per rendere i trasporti pubblici scomodi, e abbastanza vicini da rendere gli spostamenti in auto rapidi e senza stress. Il parcheggio non è mai un problema: fuori le mura del centro storico di Sulmona si trovano parcheggi liberi, e alle gole c’è uno spiazzo direttamente sul percorso.
⇒ Prima di partire, vale sempre la pena tutelarsi con una polizza viaggio con coperture flessibili anche per gite nel territorio italiano, con assistenza attiva per imprevisti di salute o cancellazioni.
⇒ Se vuoi continuare questo viaggio tra montagne, borghi e deviazioni che valgono da sole la strada, abbiamo raccontato anche un itinerario sulla Maiella e sui paesi che la circondano, dove la stessa sensazione di storia diffusa torna a farsi presente, curva dopo curva.
L’articolo contiene alcuni link affiliati pensati per rendere la vostra esperienza di viaggio ancora più piacevole. Utilizzandoli per eventuali acquisti, non ci sarà alcun costo aggiuntivo per voi, ma darete un prezioso contributo al progetto Paroleingiro.blog, aiutandoci a mantenere viva la piattaforma e a offrirvi costantemente guide di viaggio sempre fresche e ricche di consigli utili.






